Resistere con i dati, rifiutare i dati
Quali e quanti modi per farlo?
In questo numero: l’intervento che ho tenuto al Non profit women camp aveva come ispirazione la parola resistenza, scelta dalle organizzatrici dell’evento. Cosa vuol dire resistere con i dati? Ho provato a portare il punto di vista di chi li “rifiuta” e cosa significa davvero.
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Sei tra le 14828 persone che leggono la newsletter. Nell’ultimo numero ho scritto un diario di viaggio da Palermo, tra pane e panelle e biblioteche transfemministe.
Ogni discussione sulla protezione o la proprietà dei dati non si pone la domanda più importante: perché in primo luogo la nostra esperienza viene renderizzata in dati comportamentali?
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019)
Resistere con i dati, rifiutare i dati
Quando entro nella sala conferenze del Non profit women camp, sabato scorso a Torino, sul palco ci sono Francesca Fariello e Chiara Ratti, alias Cibo Supersonico, e stanno rispondendo alle domande del pubblico. Non ho ascoltato l’intervento, ma si parla di stili di vita sostenibili e soprattutto del loro progetto Spazio Supersonico, un ristorante in Brianza che offre piatti di cucina vegana per “onnivori curiosi”. Il loro approccio non è radicale, “non possiamo imporre a tutti di diventare vegani”, ripetono. Ha molto senso, e da persona che ha scelto di non mangiare carne e ridurre al minimo il cibo derivato da animali sento in questa libertà di scelta la possibilità di farcela davvero, a rispettarla. Aggiungono un’altra cosa: “Quando andate a cena fuori, chiedete sempre l’opzione vegana, così comunicate l’interesse per questo tipo di cucina e una richiesta dopo l’altra anche i ristoranti più tradizionali aggiungeranno piatti vegani in menù“.
Proprio qualche ora prima mia sorella e mia mamma mi avevano raccontato di aver chiamato il ristorante dove avrebbero dovuto cenare la sera, per conoscere le opzioni vegetariane, ed essere state gentilmente rimbalzate: se volete mangiare vegano o vegetariano andate da un’altra parte. Detto, fatto.
Le parole di Francesca e Chiara mi hanno ricordato quelle di Lauren Klein durante un evento sul data feminism qui a Roma, alla Casa delle donne, organizzato da Period think tank. Klein aveva raccomandato di produrre “dati che mostrino la nostra contrarietà alla datificazione” come strumento di resistenza, per esempio rispondendo di “no” ai cookie banner, o alla richiesta delle app di usare i nostri contenuti per addestrare le intelligenze artificiali.
Rifiutare l’estrazione massiva, ma al tempo stesso produrre contro-dati, propone il secondo principio del femminismo dei dati.
Lavorando sul contare i femminicidi, sulle pratiche dei movimenti e delle associazioni, c’è un altro concetto che emerge e che da persona che ha incontrato il mondo dei dati tramite il movimento open data, che chiede alle pubbliche amministrazioni di pubblicare più dati, e meglio, ho faticato molto a ritrovarmici dentro, ad accettarlo.
Come se la mia accettazione contasse qualcosa, tra l’altro.
In Counting Feminicide, nella costruzione di un framework di raccolta dati partecipativa dal basso, Catherine D’Ignazio riprende questo paradigma del rifiuto del dato e lo inserisce come parte del processo, anzi nel libro diventa un capitolo a sé.
La Tabella 6.1 (e l’immagine, ndr) mostra i cinque temi per le azioni attiviste sui dati emersi dalle nostre interviste, che descrivono gli obiettivi delle attiviste: riparare, ricordare, riconcettualizzare, riformare e ribellarsi. Non si tratta di categorie rigide, ma servono piuttosto a esplorare la diversità dei contesti in cui circolano i dati sul femminicidio e gli impatti che hanno (o aspirano ad avere).
[…]
Le attiviste rifiutano che le persone vengano viste come numeri, eppure rifiutano anche di tenere i casi individuali isolati e separati. […] Le attiviste si concentrano simultaneamente sulle parti e sul tutto del fenomeno del femminicidio, affermando che la scala dell'individuale non può essere dimenticata e che la scala dello strutturale non può essere ignorata. Entrambe le scale sono essenziali, ed entrambe da sole non bastano.
[…]
Le attiviste usano i dati perché sono riuscite a sviluppare metodi creativi e rigorosi per produrli e perché sfruttano strategicamente la legittimità che la quantificazione e i dati conferiscono a chi li crea. Ma rifiutano anche l'idea che i dati possano disumanizzare le donne uccise nel femminicidio — riducendo vite umane a conteggi — e riconoscono la tensione insita nel fatto che i dati portano sempre con sé quel rischio, e talvolta lo concretizzano davvero. Una volta che un corpo è stato astratto in righe e colonne, è difficile restituirgli vita. Le attiviste sono anti-astrazione e anti-riduzione, pur astraendo e riducendo. Non risolvono pienamente questa tensione, perché non è risolvibile. Invece, usano i dati e allo stesso tempo li rifiutano attivamente.
Perdonate questa lunga citazione dal libro di D’Ignazio, ma credo che ancor più che parlare di raccogliere i dati per colmare dei gap, come se bastasse, tra l’altro, le pratiche di attivismo e di resistenza con i dati siano anche un rifiuto del modo con cui i dati sono usati dal potere.

Quando lavoravo per il libro mi sono scontrata con questa tensione irrisolvibile a proposito dei report, dei dati sui femicidi prodotti dalla Casa delle donne di Bologna: perché non li vogliono pubblicare in formato tabellare, consultabile facilmente? Ne abbiamo discusso, ma non le ho convinte. Non so ancora come posizionarmi di fronte a questa scelta, ma forse non devo posizionarmi. L’idea dovrebbe essere quella di cambiare il modo in cui vediamo il dato dal punto di vista tecnico: non l’incrocio tra l’osservazione di una variabile e le sue caratteristiche dentro un foglio di calcolo,
“non numeri, ma vite che ci sono state tolte”.
In questo senso, i dati ci sono, dentro quei rapporti annuali, così come le analisi statistiche, ma la barriera tecnica permette di farsi domande in più su come sono arrivati lì.
Questi atti di resistenza e rifiuto mi ricordano molte delle pratiche che vi ho raccontato in questi anni. Non siamo chiamati a capirle e accettarle nell’immediato, anche perché in molti casi mettono in discussione paradigmi con cui è stata portata avanti la scienza dei dati nei decenni scorsi.
Sostenere un punto di vista, un posizionamento (trans)femminista è anche
rifiutare di intendere i dati come disincarnati e, di conseguenza, disumanizzati e departicolarizzati
come spiegano le attiviste del Feminist data manifest-no.
Resistere, e rifiutare i dati.
La dataviz della settimana
Se Wikipedia fosse una città, e ogni articolo un palazzo, come sarebbe?
Così:
A mercoledì prossimo!






