Ma quindi il ministero dell'interno ha cominciato a contare i femminicidi?
E poi: come il New York Times parla dell'Europa
Ogni tanto cerco di immaginarvi mentre aprite questa email, appena prima della pausa pranzo, e pensare: ma ancora di questo parliamo? Chiudo! :)
Ha senso passare da puntate sull’intelligenza artificiale alla lettura guidata di data visualization, da cataloghi di risorse ai dati pubblici sulla violenza di genere? Per me, evidentemente, sì: mentre parliamo del ministero dell’interno e di come ha deciso di “contare i femminicidi” (vedremo se l’ha fatto davvero), parliamo ancora una volta di classificazioni, di scelte, di separazione tra poteri e ruoli. Di trasparenza e di processi. Temi che sono cari anche a chi legge excel aziendali tutto il giorno.
Buona lettura!
Dove mi trovi prossimamente
5 giugno, Roma: alle 11:30 al Senato modero la conferenza stampa di presentazione del manifesto “Libere anche qui”, contro la violenza digitale di genere. Per partecipare scrivetemi.
8 giugno, Roma: alle 18 alla Casa internazionale delle Donne per parlare dell’inchiesta della CNN con l’associazione Donne e politiche familiari.
12 giugno, Roma: presento “Perché contare i femminicidi è un atto politico” al Casotto Monte Ciocci, alle 18:30.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Per SkyTg24 analizzo alcuni dati del prezioso Rapporto annuale Istat sull’Italia, in particolar modo sulla “povertà di tempo” delle donne e sullo squilibrio del lavoro familiare e domestico.
È uscito il pezzo a cui tanto tenevo, quello per cui avete visto girare anche un form di richiesta di testimonianze: “Quando una diagnosi nasconde una violenza”, su Internazionale. È lungo, ma aprite il link e salvatelo per più tardi.
Sulle pagine culturali de La Stampa potete finalmente scoprire cosa ci siamo dette io e Giorgia Lupi in camera caritatis a Vicenza, in occasione dell’inaugurazione della sua mostra.
Sei tra le 14940 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata vi ho regalato un archivio di 100 storie e progetti di data visualization.
Ci vorrebbe un vita intera per scrivere di ognuna di loro, conoscerne a memoria i cognomi e i nomi, le speranze e i sogni. Sono centinaia e ci guardano.
Nathacha Appanah, La notte nel cuore (Einaudi 2026)
Il ministero dell’interno ha cominciato a contare i femminicidi?
Per rispondere a questa domanda bisogna fare una sintesi delle puntate precedenti, una cronologia di come in Italia “contiamo” o non contiamo i femminicidi.
2024: fino al dicembre del 2024 il ministero dell’interno pubblicava report settimanali sugli omicidi volontari, con dati disaggregati per sesso della vittima e relazione con l’autore. Queste informazioni non hanno mai garantito davvero la possibilità di analizzare correttamente il fenomeno, infatti con l’associazione onData cominciamo a scrivere al servizio analisi criminale per un miglioramento anche del formato tecnico di pubblicazione.
2025, gennaio: il bollettino settimanale sembra scomparso. Su sollecito di onData, arriva un report mensile in pdf.
2025, aprile: il report mensile non è mai più stato pubblicato dopo gennaio. Non capiamo cosa stia succedendo. Ci tolgono l’acqua dai rubinetti? Facciamo molto rumore, e il report viene pubblicato, avvisando il pubblico che da quel momento in poi sarebbe diventato trimestrale.
2025, maggio-ottobre: le organizzazioni dietro la campagna Dati Bene Comune decidono che i dati sulla violenza di genere devono essere, anche loro, bene comune, e quindi pubblicati in modo aggiornato, completo, accessibile. Devono contenere informazioni sull’età delle vittime, sul luogo degli omicidi (almeno la provincia), sulla presenza di figli, sulla nazionalità, sulle denunce pregresse della donna a carico dell’autore.
2025, novembre: parte la campagna nazionale, raggiungiamo e superiamo le 25mila firme.
2025, dicembre: il reato di femminicidio diventa legge, con l’articolo 577bis del codice penale.
E da lì, cerchiamo di capire cosa potrebbe cambiare nel “conteggio” del ministero.
2026, febbraio: incontriamo un gruppo di rappresentanti del governo che ci assicurano che integreranno nuovi dati e nuove disaggregazioni nel report.
Arriviamo veloci al maggio 2026.
Come ho raccontato su Domani, lo scorso 8 maggio il servizio analisi criminale del ministero dell’interno ha finalmente pubblicato i dati aggiornati con gli omicidi volontari consumati in Italia nei primi tre mesi dell’anno. In questo report, che in parte assomiglia a quelli finora pubblicati su questo sito, c’è una novità: viene per la prima volta usata la parola “femminicidio”, che finora non era mai stata presa in considerazione. Ora, quindi, nel documento trimestrale (sperando che i ritardi finiscano) si separano ora gli omicidi volontari da quelli per cui è stato aperto un procedimento penale per femminicidio: sono 3 su 15.
I dati dell'Osservatorio di Non Una di Meno, che monitora i casi attraverso la cronaca nazionale e locale, permettono di comprendere questo gap: nel primo trimestre del 2026, considerando i soli omicidi confermati commessi da partner o ex partner i casi sono 8: Federica Torzullo, Valentina Sarto e Daniela Zinnanti, che il ministero conta perché sappiamo che si sono aperti dei procedimenti penali per femminicidio.
E poi, come scrivo su Domani:
Restano escluse Linda Iyekeoretin, nigeriana di 33 anni, picchiata a morte dall’ex partner, Zoe Trinchero, la 17enne uccisa a Nizza Monferrato; Assunta Currà, 55 anni, uccisa dall’ex marito a Mileto; Maria Teresa Gavinelli di 83 anni, uccisa in casa dal marito a Cameri (Novara),; e Luigia Rossi, 78 anni, di Latisana (Udine), morta per mano del marito. In questi ultimi tre casi l’autore del reato ha commesso suicidio dopo il fatto, ma per il ministero dell’interno non è questo un motivo di esclusione: se il procedimento penale si apre per femminicidio, cioè se l’omicidio rientra nella fattispecie di quel reato, saranno inserite nel conteggio.
A chiedersi perché però il procedimento penale non è partito per Trinchero o Iyekeoretin, è Anna Bardazzi, nella sua ultima newsletter:
“Appare invece incomprensibile però perché non venga inserito tra i femminicidi anche quello di Zoe Trinchero, uccisa da un amico in seguito a un rifiuto. Se non è questo un femminicidio, di cosa stiamo parlando?
E prendiamo anche Linda Iyekeoretin, uccisa dal marito. Perché non è un femminicidio? Perché abbiamo scoperto, seguendo il caso del tentato femminicidio di una donna che si è lanciata dalla finestra per sfuggire alla violenza del marito (la rincorreva con un coltello - si è salvata) che essere una persona prostituita - o sex worker - fa decadere “il diritto” a vedersi riconosciute come vittime di femminicidio o tentato di femminicidio.
Eppure l’articolo 577 bis parla proprio di questo (…)”.
All’annuncio della legge sul reato di femminicidio diverse associazioni che lavorano nel contrasto alla violenza di genere avevano espresso il timore che il reato potesse aumentare l’invisibilità delle vittime che restano spesso escluse dalla narrazione dominante sul tema, come le donne anziane, le sex worker, le donne con disabilità.
Un timore che questo report sembra in parte confermare.
Ci vanno bene questi dati, dal punto di vista tecnico?
Bisogna considerare che abbiamo una parziale risposta alle richieste della campagna Dati Bene Comune: finalmente viene aggiunta l'età delle vittime di femminicidio, comunicata però solo come fascia aggregata, e quella degli autori, sia degli omicidi volontari che dei femminicidi.
Non basta.
I dati “pubblicati bene” sono un sintomo di un ecosistema di monitoraggio della violenza che funziona. Qui i buchi sono ancora troppi. Ma è proprio nei dettagli che si misura la capacità di un sistema di prevenire la violenza, non solo di contarla dopo.
La dataviz della settimana
Come il New York Times parla di noi, in una mappa di Ted Alcorn:
Grazie di aver letto fino a qui, ci sentiamo mercoledì prossimo, oppure domenica se siete abbonati alla versione PREMIUM!






