"Sono arrivati i computer. E ora? Chi siamo noi?"
Domande dagli anni Ottanta. E poi: un premio Nobel mi dà ragione
[ODI L’IA? SOTTO C’È UNA VIZ SULLE BALENE MA È TRISTE]
Qualche settimana fa ho parlato di serendipità associata all’esperienza di usare l’intelligenza artificiale nel mio lavoro: dialogando con la macchina per comprendere meglio dati e documenti, ho notato che alcune risposte dei chatbot mi portano su strade inaspettate. Paradossalmente, credo che proprio la loro mancata comprensione del contesto possa trasformarsi in un vantaggio se usati nella fase di brainstorming. L’ultimo paper pubblicato dal premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi su Arxiv, ben raccontato da Beatrice Mautino e Emanuele Menietti in una puntata di Ci vuole una scienza, indica la stessa direzione: le macchine possono essere co-autrici creative. Nel paper Parisi ha spiegato di aver utilizzato Claude, il chatbot sviluppato da Anthropic, per esplorare nuove formule nella soluzione del problema del jamming, cioè il processo con cui un materiale disordinato, come sabbia, polvere o sfere rigide, passa da uno stato fluido a uno stato solido rigido quando la sua densità supera una soglia critica. Lo scienziato ha così ottenuto in poche ore risultati che in passato avrebbero richiesto mesi di lavoro. Eppure, quando è stato fatto in passato, nel 1976, con la dimostrazione del teorema dei quattro colori (vedi sotto) i matematici sono stati accolti con molta freddezza. Abbiamo ancora molti problemi a considerare (pubblicamente?) i computer come partner cognitivi.
Oggi approfitto di un testo che sto studiando per un esame universitario1 e torno indietro nel tempo per capire se anche quando sono arrivati i computer nel mondo della ricerca universitaria e nelle nostre case abbiamo reagito con paura o entusiasmo. O (pre)giudizio.
Gli appuntamenti dal vivo riprendono a luglio, ma aspetto gli ultimi dettagli.
Vuoi lavorare con me? Scrivimi a progetti@donatacolumbro.it
Ho anche una nuova proposta per chi vuole fare pubblicità su questa newsletter, sentiamoci.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Per SkyTg24 ho studiato le 224 pagine del prezioso documento di analisi della Corte dei conti sull’efficacia del sostegno economico per le donne vittime di violenza e dei loro figli. Dal 2017 al 2025, il periodo preso in considerazione, lo Stato ha stanziato oltre 400 milioni di euro, le strutture di accoglienza sono quasi raddoppiate, ma il numero di donne uccise dal partner o ex partner è rimasto stabile.
È uscita la mia intervista per il podcast Hacking Creativity e tante persone lo stanno trovando molto utile. Grazie a chi mi ha scritto in questi giorni (e se non ti ho risposto ARRIVO!).
Sei tra le 14994 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata ci siamo chiestə se le donne non usassero la tecnologia per avversione al rischio o consapevolezza, e uno studio di ci ha dato la risposta, o meglio, ci ha dato spunti di riflessione. È stata una delle newsletter più lette del 2026, grazie.
«Ci sono buoni motivi per credere che se il fonografo dimostrerà d’essere quel che sostiene il suo inventore, sia la pubblicazione di libri, sia la loro lettura cadranno in disuso. Perché mai dovremmo stampare un discorso se può essere messo in bottiglia, e perché mai dovremmo imparare a leggere quando, se solo qualcuno dotato di buona elocuzione declamasse ad alta voce uno dei romanzi di George Eliot in presenza di un fonografo, potremmo ascoltarlo senza fare il benché minimo sforzo? […] Benedetta sarà la sorte del bambino del futuro. Non dovrà mai imparare a leggere o cimentarsi con il libro di ortografia».
New York Times, 1877 - citato da Nick Bilton nel suo libro “Io vivo nel futuro”
Aiuto mamma, i computer!
«Ritieni che la possibilità di inviare e ricevere messaggi da altre persone… tramite il tuo computer di casa sarebbe molto utile per te personalmente?»
In un sondaggio del 1983, la società di ricerche Louis Harris & Associates indagò per la prima volta le opinioni dei proprietari di personal computer negli Stati Uniti: alla domanda che ho riportato sopra, del 10% degli statunitensi che avevano un computer in casa, il 23% rispose che sarebbe stato molto utile poter inviare e scambiare messaggi con altri, il 31% abbastanza utile, mentre il 45% di quei primi utilizzatori di computer dichiarò che (la rete che conosciamo oggi come “world wide web”) non sarebbe stata molto utile.
Nel 1990 anche il Pew Research Center inserì la prima domanda sull'uso del computer in un'indagine nazionale: il 42% degli adulti americani dichiarò di usare un personal computer, con sostanziale parità tra uomini e donne. Nel 1995, con un altro sondaggio, lo stesso istituto rilevò che solo il 14% degli adulti statunitensi aveva accesso a internet. Il 42% degli intervistati non ne aveva mai sentito parlare, mentre un ulteriore 21% ne aveva un’idea vaga: sapeva che aveva a che fare con i computer, e poco più.
E in Italia? Durante il periodo in cui frequentavo le scuole medie e credo per tutta la prima superiore, dovevo contribuire alle spese familiari mettendo 5mila lire in un barattolo per poter usare 1 ora di internet alla settimana. Siamo a fine degli anni Novanta e secondo i dati Eurisko e Ipsos nel 1998 solo il 7,1% della popolazione sopra i 14 anni usava internet, circa 3,3 milioni di persone, e meno della metà lo faceva con una certa regolarità. Un anno dopo, nel maggio 1999, la quota era salita al 9,1% (4,2 milioni di persone) e il 6% delle famiglie aveva una connessione domestica (ecco il mio barattolo).
Ma lasciando stare internet e tornando al nostro semplice rapporto con “le macchine”, già nel 1988 in Italia ci chiedevamo come i computer in quanto strumento tecnologico avrebbero cambiato campi di studio come “l’etnografia”: l’autore del pezzo che ho ritrovato negli archivi de La Stampa racconta come gli antropologi stessero iniziando a usare i microcomputer non soltanto per fare calcoli statistici, ma per analizzare interviste, classificare testimonianze e individuare relazioni tra persone, emozioni e rapporti di potere. Dopo aver trascritto decine di conversazioni (ancora a mano, ed è stato così per tanto, troppo tempo), il ricercatore assegnava a ogni frase alcune categorie: chi parla, con quale ruolo, in quale relazione di potere, con quale tono emotivo. A quel punto il computer poteva fare qualcosa che per un essere umano sarebbe stato molto più faticoso: cercare schemi, individuare ricorrenze, mostrare connessioni invisibili in una massa di informazioni. L’autore segnala un rischio, cioè il raccogliere così tanti dati da esserne sopraffatti. Oggi come allora, se le macchine ti permettono di fare qualcosa, non è detto che tu debba farla per forza. Nel pezzo comunque il computer non viene descritto come una macchina capace di sostituire l’antropologo, ma come uno strumento per orientarsi nella complessità:
Nel 1996 i giornalisti invece chiedevano a Umberto Eco il suo parere sulla “videoscrittura”: nel pezzo firmato da Carla Marello la tesi è che la “videoscrittura” e soprattutto gli ipertesti modificano la natura stessa del testo e il rapporto tra autore e lettore. ll computer crea una sorta di "micromondo artificiale" in cui simuliamo il foglio di carta, ma possiamo fare cose impossibili prima con la macchina da scrivere: spostare paragrafi, correggere all'infinito, collegare documenti, navigare tra fonti diverse. Aiuto! E quindi? Che ne sarà di noi, esseri umani?
“Le tecnologie informatiche neutralizzano le particolarità locali, tolgono profondità al testo”, sosteneva l’autrice.
Eppure, intervistato sul tema, persino Umberto Eco vedeva nel computer un incoraggiamento alla spontaneità: si può scrivere rapidamente e correggere dopo!
Proprio questa settimana anche la giornalista scientifica silvia bencivelli ha pubblicato una newsletter in cui rilegge Primo Levi e Italo Calvino per scoprire che molte delle domande che ci poniamo oggi sugli LLM erano già state formulate negli anni Sessanta.
Una macchina può scrivere? Può sbagliare? Può collaborare alla creazione di qualcosa di nuovo? Può diventare indispensabile senza sostituirci?
Più che il futuro dell'intelligenza artificiale, quei testi analizzati da Bencivelli sembrano raccontare una costante della storia umana: la nostra difficoltà ad accettare che gli strumenti cognitivi non si limitino ad amplificare il lavoro delle mani, ma inizino a partecipare al lavoro della mente.
Mentre studiavo per un esame di etica, su un libro2 che in realtà non mi ha convinta del tutto, ho trovato la storia della dimostrazione del teorema dei quattro colori: nel 1976, dopo oltre un secolo di tentativi, i matematici Kenneth Appel e Wolfgang Haken riuscirono a dimostrare che bastano quattro colori per colorare qualsiasi mappa geografica senza che due territori confinanti abbiano lo stesso colore. Ma per arrivarci avevano avuto bisogno di un computer, che aveva verificato migliaia di casi impossibili da controllare a mano. Quando presentarono il risultato a una conferenza accademica, gli autori rimasero stupiti “dall’applauso di cortesia, freddo e contenuto”. Il fatto che una macchina li avesse aiutati a risolvere un quesito posto 124 anni prima, secondo i “vecchi” matematici rappresentava un punto di debolezza.
Oggi per fortuna, almeno in fisica e in matematica non è più così, come dimostra il paper pubblicato da Parisi e Francesco Zamponi.
La nostra diffidenza, anche inconscia, nel farci “aiutare” dalle macchine, resta.
La scorsa settimana è emerso che sembra essere una prerogativa più femminile, perché le donne temono più degli uomini che usare l’IA venga percepito come una scorciatoia, un segno di scarsa competenza. Se parte del divario si alimenta di aspettative su chi ha diritto di sbagliare, di sperimentare e farsi aiutare, bisogna approfondire il modo in cui colmarlo. La soluzione potrebbe essere un’intelligenza artificiale femminista? Ci torniamo con la newsletter sul potere (il prossimo mese). Intanto, vi lascio con una lettura propedeutica.
La dataviz della settimana
Povere balene!
Le onde generate dai cannoni per individuare giacimenti di petrolio e gas nel Golfo del Messico interferiscono con la comunicazione tra balene. Secondo alcuni studi scientifici il rumore potrebbe compromettere la capacità delle balene di trovare cibo e compagni e lo stress cronico di vivere in un ambiente così rumoroso potrebbe danneggiarne la salute. Ma non dovrebbero essere protette? Be’, a marzo, l'amministrazione Trump ha sospeso le restrizioni previste dall'Endangered Species Act per le trivellazioni petrolifere.
Sul New York Times Katherine Chui e Catrin Einhorn usano visualizzazioni e audio per farci piangere per illustrare la gravità della situazione. Attiva i suoni del computer o del telefono.

Grazie di aver letto fino a qui, ci sentiamo mercoledì prossimo!
Per chi fosse arrivato da poco: sono iscritta a un corso di studi magistrale, per prendere con mooolta calma una seconda laurea in filosofia.
Intelligenza artificiale, di Manfred Spitzer (Corbaccio 2024).








