I dati hanno mai convinto qualcuno?
Ti racconto una discussione pubblica a L'Aquila.
Questa settimana inauguro la versione estiva della newsletter. Arriva quando se la sente, possibilmente nelle ore più fresche della giornata, in un formato più breve, oppure più lungo. Dipende da lei.
Una settimana fa siamo andatə insieme a Barcellona con Roberta Cavaglià, che poi è passata da Roma per presentare il suo bellissimo libro “La Spagna è diversa” e nel turbine degli impegni siamo anche riuscite a farci una foto. Poi le ho chiesto se volesse trasferirsi qui, così avremmo potuto lavorare meglio insieme, e lei mi ha detto, nell’ordine: che no, perché Roma non è in Spagna, e che a lei piacciono i mezzi pubblici. Queste giovani d’oggi, così radicali!

Oggi a leggere questa newsletter siete 15103. E sapete perché continuo a comunicarvi questi numeri? Perché mio papà li usa per fare i grafici dei miei iscritti (giuro), non posso lasciare un buco nella serie storica.
Dove mi trovi prossimamente
10 luglio, Capoliveri: leggo un monologo tratto dal mio libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico”, in occasione della rassegna Autorə in Vantina.
14 luglio, Roma: sono una degli ospiti di “Ci vorrebbe una buona idea”, una chiacchierata estiva alla libreria teatro Tlon (bisogna prenotarsi).
Intanto ti ricordo che se vuoi coinvolgermi in un evento puoi scrivere a contact-columbro@elastica.eu.
Per promuovere il prodotto della tua azienda, un evento o un corso in questi spazi scrivi a newsletter@tispiegoildato.it, rispondo io oppure Roberta.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTG24 parlo dei 10 anni di uno strumento molto prezioso per la nostra democrazia e per il diritto all’informazione, il FOIA. Per esempio, nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza i dati “esistono” ma non vengono resi pubblici con una cadenza utile alle analisi dell’applicazione della legge 194. E quindi bisogna mandare pec su pec alle amministrazioni pubbliche, come hanno fatto Chiara Lalli e Sonia Montegiove per l’inchiesta Mai Dati.
Ho scritto di intelligenza artificiale per il terzo settore, puoi leggermi in inglese o in italiano su Hive Mind.
Un’intervista sul mio lavoro e sul perché lo faccio, quanto mi piacciono le domande così personali! Mi trovi sulle Unstoppable women di Startup Italia.
Per Zanichelli spiego quanto ormai sia difficile contare gli esseri umani.
Nell’ultima newsletter di Internazionale [Numeri] racconto i problemi della soglia di povertà fissata dalla Banca Mondiale.
Ti piace questa newsletter? Riconosci il lavoro che c’è dietro? Puoi sostenerla con un abbonamento, costa 51€ l’anno (ma con questo bottone hai lo sconto del 10%).
Perché ho aspettato così tanto a prendere questa decisione? Colpa del realismo socialista (…).
Goliarda Sapienza, Appuntamento a Positano (Einaudi 2015)
I dati hanno mai convinto qualcuno?
Immagina di incontrare una persona razzista e sessista. Le mostri i tuoi faldoni pieni di statistiche che confutano le sue idee. Alla fine del vostro incontro, sarà una persona diversa?
Molto probabilmente no. Mercoledì scorso ho presentato il mio libro sul contare i femminicidi a L’Aquila, invitata da diverse associazioni del territorio. L’invito è nato come “contrasto” a un’altra presentazione: il 7 marzo, dentro il programma di L’Aquila Capitale della Cultura, il palazzetto dei Nobili aveva ospitato la presentazione di Le vite delle donne contano. Lola, Pamela, Desiré: quando l’immigrazione uccide, pubblicato da Altaforte, la casa editrice legata a CasaPound. Sentire l’estrema destra, storica portabandiera di un modello machista e patriarcale, usare la violenza di genere come argomento della propria propaganda ha lasciato interdette le attiviste della rete dei collettivi aquilani. La violenza di genere non ha né età né passaporto, non è opera di mostri o di raptus, ma affonda le radici nella cultura patriarcale e misogina. Per questo partire dal mio libro poteva essere utile a ricordare che contare i femminicidi serve anche a rifiutare un linguaggio istituzionale che, assolvendo implicitamente gli italiani e la cultura occidentale, alimenta paura e odio verso gli immigrati. È nel dettaglio dei dati, scrivono le mie ospiti nel post di promozione dell’evento, che si capisce come la violenza non accada solo nei contesti del disagio, ma nelle famiglie normali.
Già.
Il cortile del laboratorio Radici, uno spazio multiculturale nel centro della città, si è riempito mano a mano che il sole calava. Tantissime persone, tanti corpi, di ogni età, in piedi, sedute per terra, tra le automobili, sulle sedie, dentro il laboratorio.
Prima della presentazione la fanzine locale L’Alternativa mi ha fatto una piccola intervista video, uscita proprio ieri. Una delle domande verteva proprio sulla possibilità che ragionare con i dati — incredibile, penso, che a una femminista emotiva1 venga chiesto proprio questo — possa contrastare una propaganda razzista. Purtroppo sono stata portatrice di cattive notizie. Possiamo usare tutti i dati a nostra disposizione, eppure il modello mentale razzista è strutturato in modo tale da assorbire i numeri che lo confermano e respingere quelli che lo contraddicono.
Lo scrive in modo efficace la matematica Cathy O’ Neil2:
Il razzismo, a livello individuale, può essere considerato un modello predittivo che frulla nella testa di miliardi di persone in tutto il mondo e scaturisce da dati sbagliati, incompleti o generalizzati. Che si parli per esperienza diretta o solo per sentito dire, i dati indicano che determinati tipi di persone si sono comportate male. Questo genera una previsione binaria tale per cui tutte le persone di quel gruppo etnico si comporteranno in quello stesso modo. Inutile dirlo, i razzisti non dedicano certo molto tempo alla ricerca e raccolta di dati affidabili per addestrare i loro modelli distorti. Una volta che il loro modello si trasforma in un credo, diventa fisicamente parte di loro. Genera assunti perniciosi, ma difficilmente li verifica, accontentandosi invece di dati che sembrano confermarli e consolidarli.
Perché la motivazione dietro questa propaganda non è salvare le donne, non lo è mai stata: è l’accentramento delle risorse, nelle mani degli uomini bianchi occidentali, e le donne sono solo il pretesto. Per “lavoro” ho dovuto guardare i video di un’eurodeputata della Lega (pagata quindi con i nostri soldi pubblici) che per strada insulta una donna con il velo3. In che modo queste persone difendono le donne dalla violenza? Come osano, anzi, chiedere “dove sono le femministe” mentre letteralmente le terrorizzano a casa loro, nelle città in cui vivono?
I dati, poi, dicono altro. Gli omicidi sono in larga parte intra-etnici: secondo l'Istat, nel 2024 le donne italiane uccise sono morte per mano di un italiano nel 93,4% dei casi. Le donne straniere, che in rapporto alla popolazione muoiono di più, sono uccise soprattutto in ambito familiare, spesso per mano di partner o ex partner. Nessuna invasione da cui difenderci, la violenza abita le relazioni.
Scegliere la prospettiva razzista è, appunto, una scelta. È prendere una posizione, che è anche in contrasto con la nostra costituzione. E i dati, se letti con uno sguardo onesto, raccontano semmai la discriminazione che quella scelta produce.
Lo scrive l’economista francese Thomas Piketty, in Misurare il razzismo, vincere le discriminazioni:
Le discriminazioni dovute all’origine etnica non sono mai state così evidenti, che si tratti dell’accesso all’istruzione, all’occupazione, all’abitazione, della sicurezza, del rispetto o della dignità delle persone; eppure, non si è parlato mai così poco di giustizia e di uguaglianza dei diritti, di misure contro il razzismo e di azione contro le discriminazioni.
Allora come fare, visto che i dati non funzionano?
Il cortile di Radici era pieno, dicevo.



Alcuni interventi quella sera non sono stati in linea con il modo in cui i movimenti femministi parlano di violenza maschile contro le donne, anzi abbiamo ascoltato parole piene di pregiudizi, idee non basate sui dati, e che prendevano singoli casi come verità generalizzabili. Però ne abbiamo discusso pubblicamente, non solo noi sul palco, ma anche le persone presenti, che hanno risposto e riportato un punto di vista transfemminista. Ecco, se la presentazione di un libro si trasforma in qualcosa di simile a un'assemblea pubblica, credo che sia il modo giusto per rimettere i dati in circolo: non lanciati contro qualcuno per mettere a tacere l’interlocutore, ma discussi. Succede sempre più spesso che le persone, uomini e donne, alle mie presentazioni, prendano la parola per dissentire, o per raccontare qualcosa di personale. Online è quasi impossibile rispondere, ed è difficile persino capire le motivazioni di chi commenta un post. Farlo in pubblico, invece, apre una piccolissima breccia.
Grazie di aver letto fino a qui, ricordo che sei nella versione estiva di Ti Spiego Il Dato, e non assicuro l’uscita settimanale. Ma so che hai gli arretrati da recuperare :)
Da sempre il contrasto razionalità-emozione penalizza le donne, ritenute troppo emotive per produrre conoscenza affidabile: già Darwin, nel suo L’origine dell’uomo (1871), attribuiva alle donne intuizione e percezione rapida definendole però facoltà “caratteristiche delle razze inferiori”. Rovesciare questa gerarchia è anche uno dei principi del femminismo dei dati, il sesto “Elevate emotion and embodiment”, per cui l’emozione può essere uno strumento legittimo di conoscenza di un fenomeno.
Dal libro “Armi di distruzione matematica” (Bompiani, 2016).
Da qui avevo scritto il pezzo per SkyTG24 sui dati che mancano sull’islamofobia nel nostro paese.




