Una vera città progettata da bambini e bambine
In Spagna. E dove sennò :)
Ho dato l’ultimo esame della sessione estiva. Finalmente tante autrici femministe in bibliografia, ma anche citate da altri autori. È stato emotivamente provante studiare questo tema proprio durante le ultime ondate di calore, e se correggerò chiunque parli di “antropocene” con “capitalocene”, la colpa è di Jasoon Moore.
Ne parleremo.
La puntata di oggi è un pezzo della nostra Roberta Cavaglià, che in tempi di ripensamenti urbani, in mezzo alla crisi climatica, ci porta a Barcellona dove le architette Núria Rello Rosanas e Tamara Landoni Ianowski hanno avuto l’idea di far ri-progettare la città… a bambini e bambine.
Mi ha colpito moltissimo il linguaggio usato in questo processo di design. Non ci sono i termini classici della progettazione urbanistica, ma quelli del desiderio e dell’immaginazione. Ve li lascio scoprire.
Dove mi trovi prossimamente
STASERA 1 luglio, L’Aquila: alle 19 presento il libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico”, al Laboratorio Radici, in dialogo con Elena Canovi, per un evento organizzato da Fuori Genere.
ANNULLATO
2 luglio, Avezzano: alle 18 un incontro sul mio libro organizzato da dall’associazione Presenza Femminista,in uno spazio vicino al Centro Antiviolenza della città.10 luglio, Capoliveri: sbarco sull’isola d’Elba, dove presento il libro alle 21:30 in occasione della rassegna Autorə in Vantina.
14 luglio, Roma: sono una degli ospiti di “Ci vorrebbe una buona idea”, una chiacchierata estiva alla libreria teatro Tlon (bisogna prenotarsi).
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Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTG24 parlo dei dati del nuovo rapporto di “Children’s Climate Risk 2026” che ho trovato particolarmente interessante in riferimento al problema dell’esposizione a rischi “simultanei”: quasi tutti i bambini nel mondo vivono in aree esposte ad almeno un pericolo climatico, ma per molti la crisi assume la forma di una sovrapposizione di eventi estremi. Circa 2 miliardi di bambini sono esposti ad almeno due rischi climatici contemporaneamente, 1,1 miliardi ad almeno tre, mentre 364 milioni convivono con quattro o più minacce. Per decine di milioni di bambini i pericoli salgono addirittura a cinque o sei, fino ai 123 mila che affrontano contemporaneamente sette diversi rischi climatici.
Hai già ascoltato la mia intervista per il podcast Hacking Creativity? Ottima per i viaggi in auto del weekend alla ricerca di fresco.
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Gratis, inclusiva, amabile: la città che vorrebbero bambini e bambine
di Roberta Cavaglià.
Cosa succede quando a progettare una città ci pensano… bambini e bambine? Da settembre a maggio di quest’anno, le architette Núria Rello Rosanas e Tamara Landoni Ianowski hanno chiesto a un centinaio di bambinə tra gli 8 e i 12 anni di immaginare la Barcellona del 2036 durante trenta laboratori extrascolastici gratuiti.
“È stata la nostra occasione per passare dalla periferia al centro”, ha commentato Ianowski, che insieme a Rosanas ha fondato nel 2014 Arquiniñ@s, un progetto socio-educativo che nel tempo ha avvicinato più di 1500 bambinə, soprattutto residenti nell’area metropolitana di Barcellona, all’architettura.
Un’esperienza collettiva di scoperta e riflessione urbanistica che hanno iniziato a progettare due anni fa, in vista del riconoscimento di Barcellona come Capitale mondiale dell’architettura nel 2026. “I dieci distretti della città sono molto diversi tra loro a livello urbanistico, sociale ed economico. Abbiamo voluto quindi che il progetto fosse il più orizzontale possibile”, ha spiegato Rosanas.
Per farlo, le due architette, supportate da una squadra di una decina di persone, hanno progettato un percorso in quattro fasi. Nella prima, lə partecipantə hanno avuto modo di conoscersi tra loro (dato che spesso provenivano da scuole diverse) e scoprire cos’è l’architettura. Nella seconda, i vari gruppi hanno iniziato a esplorare i distretti, evidenziandone i punti deboli. Da lì, lə bambinə hanno iniziato a sviluppare le loro proposte e poi a tradurle in modellini accompagnati da didascalie.
“Abbiamo cercato di interferire il meno possibile in questo processo. Il risultato sono 38 progetti che io e Núria abbiamo suddiviso, a posteriori, in sei aree tematiche. Nessun bambino, infatti, ti dirà di voler ‘migliorare la mobilità’: ti dirà, ad esempio, che ci sono troppe macchine per strada e che quindi vuole costruire una città sopraelevata”, ha spiegato Ianowski.

Tre palme di carta su un pavimento marrone colorato a matita. Intorno, una staccionata bianca di cartone. Tra un albero e l’altro, giochi per cani coloratissimi. Il progetto si chiama: Pipican Suprem XXL. Ovvero: area cani suprema XXL. “I parchi della Ciutat Vella sono molto piccoli e alcuni molto strani perché [i cani] ci fanno la pipì dentro e altre cose che non si possono fare nei giardini per l’infanzia”, hanno spiegato Jericho, Lucia, Haritz e Irene, quattro bambinə di uno dei quartieri centrali di Barcellona.
Di fianco, altre due proposte: il Super Parc, “un grande parco per bambine e bambini, con giochi e senza cani, per garantire uno spazio sicuro e inclusivo” e la Tabaco Home, una capsula di vetro “con estrattori che trasformano il fumo e i cattivi odori in profumo di tutti frutti”.




Sulla destra, un altro modellino, la Paperera Futurista, il cestino del futuro. “Migliora la vita delle persone perché ricicla i rifiuti anche se non vogliono: li butti e si riciclano da soli”, spiegano Anna, Malena e Valentina, tre bambine del quartiere Sants-Montjuïc.
Sulla sinistra, Atraccions Inclusives, una delle proposte di Letí, Bram e Carmela, che vivono a Sarrià-Sant Gervasi, uno dei distretti più benestanti della città: “Sulle montagne russe ci sono i vagoni per le persone con mobilità ridotta. Anche sulla carrucola possono salire le persone in sedia a rotelle: abbiamo pensato a tutti”.
I progetti realizzati dai piccoli progettisti si sono trasformati nella mostra “La ciutat que volem” (La città che vogliamo), che annulla le distanze tra i dieci distretti di Barcellona, mettendoli a pochi passi l’uno dall’altro. Allo stesso tempo, annulla anche una distanza meno visibile, ma ugualmente importante: quella tra i desideri di chi li abita e la città del futuro.
Segona natura e Connexions sono due delle proposte che vengono da Nou Barris, uno dei distretti più impoveriti e periferici di Barcellona. Entrambi i progetti riguardano le terrazze in cima agli edifici: nel primo vengono trasformate in parchi, nel secondo vengono collegate tra loro da una serie di ponti. “Così possiamo passare da un edificio all’altro e costruire una seconda città. Sarebbe un luogo dove stare bene, senza semafori”, hanno spiegato due degli ideatori, Oliver e Pablo.
“Durante la pandemia lə bambinə hanno ‘scoperto’ le terrazze degli edifici: hanno potuto salirci e sfruttarle come spazi pubblici. Questa proposta riflette quella scoperta e la voglia di maggiore autonomia”, ha segnalato Ianowski, ricordando che il quartiere ha un’alta densità abitativa ed è abbastanza isolato dal resto del nucleo cittadino.
Un’altra delle proposte che hanno colpito l’attenzione delle due architette è El lloc de la calma (Il luogo della calma), uno spazio dove le persone, come si legge nella didascalia del progetto, “possono sentirsi a proprio agio, piangere se ne hanno bisogno e non sentirsi sole. Offre abbigliamento gratuito, un’area lettura e una discoteca”. Ianowski e Rosanas sottolineano anche che tra gli ambiti in cui sono state categorizzate il maggior numero di proposte c’è la sostenibilità e l’ambiente, che sono trasversali a molti distretti e che riguardano soprattutto la gestione dei rifiuti, sia in strada che in mare.
Un po’ meno sorprendente, ma molto scenografica, è l’Escola La Xoc, una scuola dove si coltiva il cacao e lo si trasforma in cioccolata: la bevanda arriva, attraverso un sistema di tubi, alle fontane dei parchi pubblici. Sulla stessa scia si muove Suc Gratuït, un distributore gratuito di succhi di frutta.
“Queste erano le proposte che ci aspettavamo di più, ma la verità è che partendo dalla stessa base e potendo progettare tuttə l’Escola La Xoc, molti gruppi hanno espresso preoccupazioni diverse, che vanno dall’inquinamento alla libertà di movimento”, ha raccontato Ianowski. Gran parte di queste differenze sono legate alle caratteristiche dei diversi distretti.
“Lə bambinə hanno la possibilità di sognare e immaginare Barcellona da una prospettiva più ludica solo quando i loro bisogni primari sono soddisfatti e vivono in condizioni dignitose”, ha spiegato Rosanas.
Nell’Eixample, il distretto più densamente popolato della città e quello con la percentuale di verde urbano più bassa, lə bambinə hanno proposto il Jardí del Descans (un giardino dove riposare), un Pàrquing Automàtic (un parcheggio automatico) e il Túnel (un tunnel sotterraneo che liberi completamente la superficie della città dalle macchine). Al contrario, è da quartieri più benestanti, come Gràcia e Sarrià, che arrivano progetti legati alla salute mentale (El lloc de la calma) o al divertimento (un osservatorio astrologico chiamato Observatori Galaxi o la stessa Escola La Xoc).
Infine, un elemento che ha sorpreso le fondatrici di Arquiniñ@s è la formulazione di proposte inclusive. “Nonostante potessero progettare spazi dedicati solo all’infanzia, hanno sempre pensato a tutta la cittadinanza e hanno prestato grande attenzione alle persone disabili. Non solo: hanno anche considerato la gratuità delle proposte come un aspetto fondamentale”, ha spiegato Rosanas.
“La ciutat que volem” rivendica la possibilità di sognare il futuro dal punto di vista dell’infanzia, verso una Barcellona più amabile per tutti e tutte. “Tutte le proposte vanno verso una Barcellona che le persone possano amare di più e che, allo stesso tempo, sia più amabile per chi la abita”, hanno sottolineato le due architette che, ottenendo nuovi finanziamenti, vorrebbero replicare l’iniziativa in altre città, catalane e non.
Durante l’inaugurazione della mostra, che si è tenuta a inizio giugno, il sindaco Jaume Collboni ha affermato che il comune “trarrà spunti e ispirazione dalle proposte per immaginare la Barcellona del futuro”. Le due architette si sono dimostrate speranzose, ma hanno anche ricordato che, quando si tratta di politiche urbanistiche, il punto di vista dell’infanzia continua a pesare poco.
“Lə bambinə non votano”, hanno ricordato, sottolineando che sarebbe ora di valorizzare la capacità dell’infanzia di immaginare e proporre cambiamenti, invece di limitarsi a volerla proteggere.
La dataviz della settimana
Il Venezuela non ha un sistema di allerta per le emergenze, ma molte persone sono state avvertite tramite il sistema di emergenza terremoti di Google. Il NYT ha prodotto diverse mappe per mostrare come e dove l’allarme abbia comunque salvato vite umane.
Grazie di aver letto fino a qui, ci sentiamo mercoledì prossimo!









