Un anno fa usciva il mio libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico” (Feltrinelli 2025), scritto durante i mesi in cui il testo del disegno di legge per l’introduzione del reato di femminicidio nel nostro codice penale rimbalzava sulle scrivanie di deputatə e senatrici.
Il reato è diventato parte del codice penale il 17 dicembre, e il modo di contare i femminicidi a livello istituzionale è cambiato. In peggio.
È il tema della newsletter di oggi.
Dove mi trovi prossimamente
17 settembre, Roma: presento il libro alla festa dell’Unità del XIV Municipio di Roma, ore 17:30, con la cara Federica Scrollini della cooperativa Be Free.
19 settembre, Torino: intervengo al festival della fondazione Paideia, mi chiedo cosa vuol dire “essere contati” quando si parla di disabilità.
26 settembre, Bologna: alle 17 sono al festival Francescano, parliamo di contare i femminicidi (e il tema di quest’anno è “sorella morte”).
30 settembre, Imola: presentazione del libro con l’associazione Trama di Terre.
11 ottobre, Pisa: ci vediamo all’Internet festival?
13 ottobre, Torino: un evento al Circolo dei lettori su Revenge porn, cyberbullismo.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTg24 vediamo cosa vuol dire essere incinte in Italia e com’è la vita dei bambini e delle bambine fino ai due anni. Lo faccio grazie ai dati dell’Istituto superiore di sanità, che ha intervistato 60mila madri, facendo notare profonde disuguaglianze in tutto il paese. La Sicilia è sempre in fondo a tutte le classifiche, e lo commento con Epifania Lo Presti, responsabile della comunicazione dell’associazione Maghweb di Palermo.
Grazie all’ospitalità di Tiziana Panella sono andata su La7, a Tagadà, a commentare gli ultimi dati sui femminicidi, insieme a Cristina Carelli della rete D.i.Re. Si può rivedere qui, ne vale la pena perché la puntata è fatta benissimo.
Sei tra le 15414 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata abbiamo parlato di come non usare i numeri per contribuire a una certa narrazione.
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“Mi chiedo se c’è premeditazione nell’innalzare lentamente, un mattone alla volta, un muro intorno a lei così che diventi inavvicinabile, fisicamente, certo, ma anche moralmente, spiritualmente. (…) Mi chiedo se lo pensa davvero, quando ogni tanto lo dice per ridere: «Se mi lasci, ti ammazzo». Vorrei sapere se questo potere di controllo è innato, se questa forma di ascendente si acquisisce o se bisogna essere nel posto giusto, al momento giusto, se bisogna trovare una sorta di vittima ideale? Sono stata una vittima ideale?”
Nathacha Appanah, La notte nel cuore (Einaudi, 2026)
Contare i femminicidi è ancora un atto politico
Nelle decine di presentazioni in cui ho portato in giro il libro, uscito proprio il 16 settembre, difficilmente ho potuto raccontare novità positive rispetto alla raccolta dati sulla violenza di genere in Italia. L’applicazione della legge 53 del 2022 è ferma, anche se come organizzazioni della campagna Dati Bene Comune stiamo continuando a lavorare e dialogare con le istituzioni. I report del ministero dell’interno da settimanali sono diventati mensili, trimestrali e oggi li troviamo online ogni sei mesi.
Ma è qui, in effetti, che abbiamo visto cambiare qualcosa: il reato di femminicidio, introdotto nel codice penale nel dicembre 2025, ha portato questa parola dentro i documenti ufficiali del dipartimento di analisi criminale.
Non c’è molto altro da dichiarare.
Come scrivo nel terzo capitolo del libro:
[…] c’è da ricordare che, nei paesi in cui il femminicidio è reato, i conti continuano a farli tornare le organizzazioni femministe. Perché alcune categorie di persone potrebbero comunque rimanere escluse da questo tipo di sentenza e la cosa porterebbe a un’ulteriore invisibilizzazione delle persone discriminate, come le donne trans, le sex worker o le persone senza dimora. Inoltre, se la pena associata a questo reato è l’ergastolo, gli avvocati della difesa potrebbero insistere perché il reato non sia riconosciuto come “femminicidio” ma come altro reato.
Quando il ministero dell’interno riporta che tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2026 sono 8 le donne, tutte nella fascia di età compresa tra i 41 ed i 64 anni, vittime di “femminicidio”, ci sta solo dicendo che sono otto i casi di omicidi in cui è coinvolto un partner o ex partner per cui è stato avviato il procedimento penale secondo l’articolo 577 bis.
Otto su diciannove. Per capire chi sono i casi che sono o saranno giudicati diversamente, come al solito, dobbiamo guardare ai dati dell’Osservatorio Non Una Di Meno.
Sempre nel libro riporto un lavoro della sociologa Alessandra Dino, che ha coordinato una ricerca sulle sentenze di omicidi volontari di donne andati a giudizio tra il 2010 e il 2016, per cui
il riconoscimento del movente di genere non può essere dato per scontato, ma dipende dalla volontà degli inquirenti, dei giudici o degli organi di stampa che riportano il caso.
Dalla sua analisi di 370 sentenze è emerso che circa sette femminicidi su dieci sono opera di persone legate intimamente o familiarmente alla vittima.
Continuo dal libro:
La maggioranza degli imputati accede al rito abbreviato (il 71,6%) e quindi ottiene pene inferiori: nei riti ordinari, in primo grado, l’ergastolo viene dato nel 29,1% dei casi, mentre nei riti abbreviati nel 15,9%.
I femminicidi con motivazioni sentimentali e relazionali subiscono meno frequentemente condanne all’ergastolo rispetto agli altri tipi di femminicidio. Il femminicidio intimo, quello cioè dell’uomo che uccide la compagna o la ex, viene punito con l’ergastolo con una frequenza decisamente minore rispetto ai femminicidi di altro tipo, per esempio con motivazioni economiche, punitive, strumentali.
È chiaro che il nuovo reato serve proprio a correggere queste distorsioni del sistema.
Ma non è dentro i dati istituzionali, purtroppo, che riusciamo a capire se questi cambiamenti di prospettiva stanno cambiando anche il linguaggio e l’approccio dei tribunali. Continua a essere fondamentale il lavoro di cura e di sorellanza femminista del nominare, del contare e dello schierarsi da parte delle vittime.
Contare è ancora un atto politico, è un atto di cura, perché serve a chiedersi non solo perché le vittime degli omicidi non calano, di anno in anno. Ma perché restano uguali: il mondo al contrario è quello in cui cerchiamo di capire cosa abbiamo fatto bene, e se questo bene è usare la parola femminicidio, nel discorso pubblico e nei tribunali, non possiamo cedere ai negazionismi.
Ci vediamo in giro ai bellissimi eventi a cui partecipo, e poi ci leggiamo mercoledì, sempre da queste parti!







