Lo spunto di questa newsletter arriva dalla posta dei lettori di Internazionale, una lettera pubblicata nel numero della settimana scorsa, che ci/mi aiuta a riprendere in mano il senso di citare statistiche per dimostrare le nostre tesi. Vale in politica, nell’attivismo e ovviamente anche nel lavoro.
Prima di lasciarvi alle rubriche consuete, stavo ragionando che di otto settimane di centri estivi, ben sette il mio ragazzino più grande le ha passate in strutture scolastiche. Due settimane con i corsi del piano estate nella sua scuola (gratis) e altre cinque in cortili e aule di altre due scuole diverse, seguito da animatori di associazioni che avevano preso l’incarico di organizzare i campus estivi. L’ultima, in un museo (con un costo più alto). Quindi: se (alcune) strutture scolastiche restano comunque aperte per i centri estivi, perché non possiamo farlo in modo ufficiale, programmatico, gratuito, ovunque, mettendo ovviamente a sistema un piano di ristrutturazione e l’acquisto di condizionatori?
Quando qualche anno fa in uno sfogo su Facebook avevo proposto di fare un foglio excel per mappare questi bisogni, mi è stato risposto che non si può pretendere di cambiare il calendario scolastico con una tabella. Ok, ma forse il clic day è un’idea ancora peggiore, no?
Dove mi trovi prossimamente
17 settembre, Roma: presento il mio libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico” (Feltrinelli 2025) alla Festa dell’Unità del XIV Municipio di Roma, ore 17:30, con la cara Federica Scrollini della cooperativa Be Free.
19 settembre, Torino: intervengo al festival della fondazione Paideia, mi chiedo cosa vuol dire “essere contati” quando si parla di disabilità.
26 settembre, Bologna: alle 17 sono al festival Francescano, parliamo di contare i femminicidi (e il tema di quest’anno è “sorella morte”).
30 settembre, Imola: presentazione del libro con l’associazione Trama di Terre.
11 ottobre, Pisa: ci vediamo all’Internet festival?
13 ottobre, Torino: un evento al Circolo dei lettori su Revenge porn, cyberbullismo, shitstorm con Vera Gheno, arrivano altre news!
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTg24 quest’estate ho scritto di longevità e dati sbagliati, di mascolinità tradizionale e scelte anti-economiche, di cure ingannevoli per alcuni tipi di patologie (a partire dal disabilicidio di Pietralata), di stereotipi che persistono nelle pubblicità per bambini e bambine. È tutto sotto paywall, ma se per lavoro vi serve approfondire qualcuno di questi temi, scrivetemi.
Sei tra le 15380 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata abbiamo recuperato un po’ di data-notizie, la trovi qui.
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I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi seguito, le promuovono; i prìncipi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono.
Giambattista Vico, La scienza nuova? (1744)
Immagina il mondo al contrario e poi interroga i dati, se proprio devi
Nell’ultimo numero di Internazionale, quello che in copertina ha un reportage a fumetti di Zerocalcare, un lettore scrive al giornale facendo notare una asincronia tra le nostre buone intenzioni - quando usiamo i dati - e gli effetti che si generano non solo in chi legge, ma anche sulle scelte che prendiamo per decidere che tipo di società siamo. Il tema sono le migrazioni, e la lettera mi colpisce perché anche io tante volte mi sono soffermata sull’inutilità di citare i dati. O peggio, sul fatto che possa incidere negativamente sui corpi che rendiamo oggetto del nostro contare. Il lettore commenta un pezzo uscito nel numero 1679, il cui titolo originale (come apparso su Nature) è Undocumented migration does not raise crime rates, L’immigrazione irregolare non aumenta i tassi di criminalità.
Scrive il lettore (metto i grassetti alle frasi in cui mi sono alzata in piedi):
(…) la vera questione è epistemologica e politica. La comunità scientifica e i mezzi d’informazione continuano a sentirsi in dovere di produrre e diffondere dati per dimostrare che le persone migranti “non portano criminalità”. Sebbene l’intenzione sia quella di contrastare la retorica xenofoba, il risultato è che il discorso pubblico resta incatenato al binomio immigrazione-sicurezza. La persona migrante continua a essere letta e rappresentata sotto la lente dell’ordine pubblico. Questo paradigma è deumanizzante. Cancellando la complessità dell’essere umano, subordina la garanzia dei diritti fondamentali – a partire dal diritto alla salute e dalla tutela della dignità – a una valutazione costante di “pericolosità” o “utilità” sociale. Da medico impegnato nella tutela della salute delle popolazioni marginalizzate, credo sia tempo di capovolgere la prospettiva. Non abbiamo più bisogno di dimostrare che la mobilità umana non produce devianza, abbiamo bisogno di evidenziare una correlazione ampiamente documentata: è la sottrazione sistemica dei diritti a produrre marginalità estrema.
Come avrete capito, sono molto d’accordo. Il lettore è anche un medico, precisamente è Nicola Cocco, della Società italiana di medicina delle migrazioni, e attivista nella rete Mai più Lager. Una persona che conosce molto bene i temi che sta commentando.
Ma qui mi interessa proprio il nodo epistemologico che fa emergerere: a cosa ci serve questo tipo di dati?
I dati che produciamo plasmano il discorso pubblico, e sulle migrazioni sia “i buoni” che “i cattivi” si arrovellano attorno alle stesse statistiche da decenni. Gli arrivi, la criminalità, il fatto che gli immigrati per fortuna ci pagano le pensioni.
La ricercatrice Oiza Q. Obasuyi qualche giorno fa su Instagram poneva lo stesso interrogativo sulla questione della remigrazione, e invitava le persone attiviste a evitare o a smettere di ripubblicare dati e statistiche sul “costo” di questa pratica (non ho fatto tempo a fare uno screenshot).
Ecco perché ragionare in un mondo al contrario. Se costasse poco sarebbe una decisione politica da portare avanti?
Guardare i dati dovrebbe aiutarci a capire perché sta succedendo qualcosa, non farci sbattere un dossier sulla scrivania soddisfatti o delusi su come stiamo conducendo il dibattito.
C'è un nome per questo scarto tra intenzione e uso dei dati, ed è l'antropologa Sally Engle Merry a proporlo nel suo libro The Seductions of Quantification: i numeri possono funzionare come strumento di conoscenza, ci aiutano a capire i fenomeni, ma possono diventare una tecnologia di governance, che serve a valutare, classificare, premiare o sanzionare. Nel primo caso, usiamo i dati per indagare le cause, nel secondo trasformiamo un problema politico in un problema tecnico-gestionale, dove l'obiettivo diventa far scendere il numero, non capire cosa lo produce. Merry lo chiama "audit culture": un grafico che scende può renderci soddisfatti senza che ci siamo mai chiesti perché stava salendo, o perché a un certo punto ha smesso di farlo.
Tradurre i diritti umani in numeri riduce un discorso giuridico ed etico fondato su giustizia e dignità a un linguaggio di gestione aziendale.
Questo spinge chi ci amministra a focalizzarsi su interventi facilmente misurabili (come l'approvazione di leggi o il conteggio degli arresti, o dei reati) anziché affrontare le cause strutturali profonde, come le disuguaglianze economiche, la discriminazione o il patriarcato.
Su questo punto, insisto a dire che anche “noi” attivisti cadiamo nella stessa trappola, ma anche perché è così che funzionano i sistemi di finanziamento delle attività del terzo settore: i problemi complessi vanno tradotti in kpi e in obiettivi misurabili, per dimostrare che gli investimenti funzionano.
Almeno nella produzione di senso su questi argomenti, però, evitiamo di cadere nella seduzione della quantificazione.
La dataviz della settimana
In linea con quanto ci siamo raccontati sopra vi faccio conoscere il progetto Third Country Deportation Watch, che mappa i trasferimenti forzati di richiedenti asilo, rifugiati e migranti verso paesi terzi da parte degli Stati Uniti, sotto l'amministrazione Trump - paesi di cui le persone trasferite spesso non sono cittadine, con il rischio di subire altre deportazioni, a catena.
La mappa distingue quattro tipi di accordo (1. incarcerazione fino al trasferimento successivo, 2. trasferimento temporaneo prima del rimpatrio, 3. "Asylum Cooperative Agreements"/"Safe Third Country Agreements" che in teoria permettono di richiedere asilo nel paese terzo, e 4. altri accordi non meglio specificati) e per ogni paese riporta due numeri: voli e persone trasferite.
Spero che il ritorno a pieno ritmo davanti ai vostri computer non sia stato troppo traumatico, ci sentiamo mercoledì prossimo!






