Qui Skopje.
Sono le 10:45 e fuori ci sono 11 gradi, ma la persona che sta parlando sul palco ha appena chiesto di accendere l’aria condizionata. Ecco il primo indizio che qui in mezzo potrei essere leggermente fuori posto.
Scrivo circondata da persone che hanno rischiato la loro vita per mantenere (o riportare) la democrazia nel loro paese, organizzandosi per anni, e aspettando un cambiamento che è stato lentissimo, ma è arrivato. Altre continuano a lottare. Alcune indossano un badge tenuto al collo da un cordino rosso, segno che non possono essere fotografate.
Dal palco sento dire
“so che molti di voi hanno dovuto chiudere gli uffici oppure avete subito raid dalla polizia e i vostri attivisti sono stati accusati di essere foreign agents”.
Registriamo il secondo indizio. O forse no?
Quando ho raccontato ai miei compagni di passeggiata dall’hotel alla sede dell’evento la repressione delle proteste nelle piazze italiane delle ultime due settimane mi hanno guardata con tenerezza: "dear Donata, si comincia sempre così!".
Ieri il mio volo ha fatto uno scalo a Belgrado, e nella chat Signal attivata per l’occasione io e altri partecipanti abbiamo provato a radunarci attorno al gate per cominciare a conoscerci: chi partiva con volo diretto aveva un sorriso decisamente riconoscibile, non solo perché aveva dormito qualche ora in più, anzi. Probabilmente le ore di sonno erano state meno delle nostre perché aveva passato non una ma due notti a festeggiare: le Serbian vibes, come le stiamo chiamando in queste ore, si sentono, e rendono tutto molto più reale, più concreto, quando ascolti interventi su democrazia digitale e resistenza civile.
Ora sul palco è salito András Léderer, dell’Hungarian Helsinki Committee, una delle più importanti organizzazioni per i diritti umani in Ungheria.
Il suo compito è portare “lights in the dark” prima dell’inizio ufficiale dell’evento.
Nel 2022 l’Ungheria sembrava un caso senza speranza, e molti se ne sono andati. Ma come si fa a continuare? Si prova e si fallisce. L’impatto che pensi di poter ottenere diminuisce, e il costo aumenta, non solo il costo finanziario, ma un costo personale, reale.
La domanda allora diventa: come alziamo “il costo” per il regime, qual è il costo di legislazioni sempre più restrittive? Dobbiamo far sì che ci sia un costo anche per il governo — persone che perdono il lavoro, persone che lasciano l’Ungheria.
I regimi vogliono farti credere che se sei contro di loro, allora sei isolato. E allora la prima cosa importante su cui lavorare è proprio questa: non far sentire isolate le persone, mostrare che molte altre verranno dalla tua parte.
È anche utile è capire che come attivisti ci sono cose che possiamo fare e cose che non sono in nostro potere. Non possiamo, per esempio, cambiare la legge elettorale. Invece, i media indipendenti possono fermare la corruzione. Ma hanno davvero i mezzi per farlo?
Abbiamo avuto persone picchiate a morte dalla polizia. Io raccoglievo le prove per questi casi. Ci sono voluti nove, dieci anni per ottenere giustizia, ma sono queste singole storie di successo che ci hanno fatto andare avanti.
I regimi autoritari esistono per far credere alle persone che ci sia solo una possibilità: che loro restino al potere.
Tutta la conferenza si concentra sugli strumenti digitali per l’organizzazione della società civile. Ci sono workshop molto concreti su come proteggere le proprie password, creare LLM da usare in locale (come gli small LLM di cui avevo scritto qui), contrastare le SLAPP (che tra l’altro colpiscono anche il lavoro di molte mie colleghe e colleghi giornalisti).
Io terrò una sessione sulle “domande che dobbiamo farci prima di usare l’IA”. Ne avete qualcuna da suggerirmi? :)

Dove mi trovi prossimamente
7 novembre, Treviso: al 4passiFestival con Ines El Gataa e Marco Motta.
10 novembre, Roma: allo Zest Hub per il WHIF 2026, il Women’s Health Innovation Forum.
17 novembre, Siena: intervengo al convegno “Abitare la ricerca femminista in università”.
21 novembre, Milano: sono al festival di SOS Mediterranee (Fabbrica del Vapore, Sala Cisterne) alle 11.30.
22 novembre, Roma: la sera partecipo alla registrazione live del podcast Svergognate, al Monk.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTg24 parliamo di un episodio davvero disturbante: uno studente di Informatica stava preparando un esame quando Gemini gli ha suggerito di togliersi la vita. Ho letto tutta la conversazione e sinceramente mi chiedo come sia possibile permettere falle di questo tipo.
Per Pubblico, la newsletter della Fondazione Feltrinelli, ho scritto di destra e l’aborto, quando il diritto diventa concessione, riportando un caso incredibile da Palermo.
Per Internazionale osservo come la Reuters ha analizzato la repressione delle proteste in India. Vale la pena dare un’occhiata.
Sei tra le 15398 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata abbiamo parlato di cura collettiva:

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La dataviz della settimana
L’Economist nota che in Francia si protesta in modo più “violento” rispetto al resto d’Europa. Ovviamente, tutto dipende dalla definizione di “violenza” o di “riot”, nel caso specifico. I dati vengono dalla super bancadati di Acled.

Ti ricordo che se vuoi coinvolgermi in un evento puoi scrivere a contact-columbro@elastica.eu.
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A mercoledì!




