Torno da una presentazione del libro a Empoli e ogni volta mi sorprende quanta cura ci sia dietro una singola serata, e quante persone coinvolga: chi ha affittato la sala, chi mi viene a prendere in stazione, chi ha trovato i fondi, chi ha letto il libro in anticipo e preparato le domande. Chi ha fatto la promozione, stampato volantini (ok, pubblicati sui social), chiamato la libreria, prenotato treni e hotel. Spesso durante le mie presentazioni intervengono anche le operatrici dei centri antiviolenza, chiamate a tenere insieme le storie e i dati, e magari, per essere lì quella sera, hanno lasciato i propri figli e figlie in cura a qualcun altro.
È una rete che si allarga a ogni passaggio, un grafo che nessuno disegna e che resta invisibile.
Ma forse è necessario vederli, questi legami e il valore che creano.
Nella newsletter di oggi mi chiedo quindi come possiamo misurare la cura senza perdere di vista le persone e le relazioni che la rendono possibile?
Ah, se hai l’ansia climatica non guardare la dataviz della settimana.
Grazie a Banca Etica per essere prima di tutto la mia banca e poi lo sponsor di questa puntata.

Questa newsletter è sostenuta da: Banca Etica
Finanza etica in Europa: crescere creando valore per le persone e l’ambiente
Le banche etiche europee continuano a crescere, dimostrando che solidità finanziaria e attenzione all’impatto sociale e ambientale possono andare di pari passo. Secondo il 9° Rapporto sulla Finanza Etica in Europa, curato da Fondazione Finanza Etica e FEBEA, oggi sono 26 le banche etiche europee, con oltre 120 miliardi di euro di attivo, rispetto ai poco più di 51 miliardi del 2018, e più di 90 miliardi di euro di depositi.
Ma cosa raccontano questi numeri?
Le banche etiche destinano al credito il 67% della raccolta, contro il 61% delle banche tradizionali. Questo significa che una quota maggiore delle risorse raccolte viene impiegata per finanziare famiglie, imprese e progetti dell’economia reale, con particolare attenzione alle ricadute sociali e ambientali. Il dato più significativo riguarda la destinazione dei finanziamenti: il 98,36% del credito erogato dalle banche etiche in Europa sostiene attività con finalità sociali o ambientali, contro il 18,5% delle principali banche europee analizzate. E l’impatto positivo non va a discapito della solidità. Solo il 2,11% dei prestiti delle banche etiche presenta problemi di rimborso, rispetto al 2,28% delle principali banche europee. Anche sul fronte patrimoniale, il rapporto evidenzia una maggiore solidità degli istituti etici.
Leggi il Rapporto e scegli la finanza etica aprendo in pochi click il conto in Banca Etica.

Dove mi trovi prossimamente
23-24 ottobre, Trento: intervengo al convegno “Affrontare la violenza sulle donne”.
29 ottobre, Skopje: un workshop sulle domande da farci prima di usare l’intelligenza artificiale, con Techsoup a Megaphone.
3 novembre, Roma: alla Casa delle Donne con la cooperativa BeFree.
7 novembre, Treviso: al 4passiFestival con Ines El Gataa e Marco Motta.
10 novembre, Roma: allo Zest Hub per il WHIF 2026, il Women’s Health Innovation Forum.
17 novembre, Siena: intervengo al convegno “Abitare la ricerca femminista in università”.
21 novembre, Milano: sono al festival di SOS Mediterranee (Fabbrica del Vapore, Sala Cisterne) alle 11.30.
22 novembre, Roma: la sera (le 21?) partecipo alla registrazione live del podcast Svergognate, al Monk.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Su SkyTg24 analizzo la “Loi intégrale” contro le violenze sessiste e sessuali approvata in Francia: nel testo sono state inserite anche le violenze ostetriche e ginecologiche e ci saranno colloqui a scuola per tutta la popolazione studentesca, almeno ogni 4 anni, per identificare casi di abusi sui minori.
Sei tra le 15402 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata abbiamo parlato di prompt sessisti e critiche accademiche:

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“[...] in questa visione il nostro reciproco dipendere, il nostro essere reciprocamente vulnerabili e porosi, segna l’origine sia del bisogno di cura che della capacità morale di cura.”
Caterina Botti, Cura e differenza. Ripensare l’etica, (Led Edizioni Universitarie 2018)
Come possiamo misurare la cura collettiva?
In questi giorni di proteste e mobilitazioni studentesche in tutta Europa, sui social molte persone hanno fatto notare quanto tardi i giornali abbiano ripreso alcuni video delle manifestazioni. Quello in cui qualcuno soccorre una persona colpita dai lacrimogeni a Parigi, o un reel dove si vedono i manifestanti che raccolgono da terra delle biciclette cadute per far passare un’ambulanza. Sono immagini che raccontano qualcosa che di solito resta ai margini della cronaca, concentrata su scontri e rivendicazioni.
Quando lo scorso inverno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump inviò più di duemila agenti dell’Ice a Minneapolis i cittadini iniziarono a mobilitarsi su diversi fronti. Uscivano armati di fischietto e di telefono per allertare in caso di retate e filmare eventuali violazioni dei diritti umani. Ma non solo. Diversi gruppi si attivarono per distribuire pannolini alle famiglie che non potevano uscire di casa, oltre a procurare cibo, medicine, informazioni e sostegno per pagare l’affitto o recuperare i bambini all’uscita della scuola. Furono organizzati anche servizi di dog sitting e visite veterinarie a domicilio, e in molti casi venne garantito anche supporto psicologico gratuito.
Ne avevo parlato anche con Alissa Cooley Yonesawa, una delle avvocate dell’immigration clinic dell’università del Nevada, al di là della situazione di Minneapolis:
In Nevada opera una coalizione di organizzazioni, la Nevada Immigrant Coalition, che ha creato una rete di risposta rapida: numeri da contattare, verifiche sul territorio, supporto immediato in caso di raid. Alcune organizzazioni organizzano family preparedness clinics, cioè aiutano le famiglie a preparare documenti, deleghe, piani di emergenza. Oggi bisogna essere pronti a rispondere a domande del tipo “chi prenderà i figli a scuola se l’Ice mi arresta”, e segnalare allergie, cure mediche speciali, prepararsi al peggio. È assurdo dover vivere così, ma è la realtà.
Quando un anno fa ho parlato con Catherine D’Ignazio, autrice di Data feminism, durante la stesura del mio libro sui femminicidi, abbiamo discusso molto delle reti di mutuo aiuto nell’era Trump, nate durante il covid per sostenere direttamente le persone e rispondere ai bisogni delle comunità. Ricordando come le reti femministe abbiano però sempre dovuto auto-organizzarsi, perché le istituzioni statali raramente arrivano a proteggere tutte le persone, lasciando spesso scoperte le categorie più marginalizzate come persone trans, donne immigrate e donne razzializzate o disabili.
Take care and count for our communities, prendersi cura e contare, ci siamo dette.
Ma, se la cura collettiva è così importante per la vita delle comunità e per la possibilità di produrre cambiamento politico, come facciamo a renderla visibile, misurandola, senza ridurla a un numero?
David Jay, autore della newsletter Loneliness And!, ricorda che il boicottaggio degli autobus di Montgomery, guidato da Martin Luther King, dipendeva tanto dalla forza politica della comunità quanto dalla sua capacità organizzativa di distribuire cibo e dare passaggi a chi doveva andare al lavoro. La sua tesi è che i movimenti che portano a un cambiamento strutturale reale nascono da persone che si prendono cura le une delle altre, oltre l’indignazione urlata nelle piazze, e che, a un certo punto, si accorgono di quanto potere quella cura dia loro.
Secondo Jay la cura reciproca collettiva è misurabile. Ci sono stati dei tentativi che vale la pena studiare, come la UCLA Loneliness Scale, nata nel 1978, che però misura la solitudine che diminuisce più che il legame che cresce; poi il Berkman-Syme Social Network Index, pensato per gli anziani, che guarda a stato civile, frequenza dei contatti, partecipazione ad associazioni; la Sense of Community Index (SCI-2), che misura il senso di appartenenza complessivo; la Neighborhood Collective Efficacy Scale, che chiede ad esempio quanto sia probabile che i vicini intervengano se scoppia una rissa davanti a casa, ed è correlata a tassi di violenza più bassi; il Perceived Community Support Questionnaire, nato in contesti ispanofoni e lusofoni, che chiede se in caso di bisogno si troverebbe qualcuno nella propria comunità disposto ad aiutare. O la Multidimensional Scale of Perceived Social Support, che misura il sostegno percepito non da una comunità specifica ma da famiglia, amici e persone vicine. A questi Jay affianca una proposta sua: inserire una domanda nei moduli di feedback che le organizzazioni già usano per monitorare la partecipazione alle attività politiche. Ovvero:
Negli ultimi sei mesi sono stato sostenuto in modo significativo da un’altra persona di questa comunità?
Potrebbe essere abbastanza per cominciare a far emergere dove la cura succede e chi la fa succedere, senza dover costruire sondaggi a parte. Anche se mi chiedo quanti movimenti in Italia raccolgano dati sull’impatto delle loro azioni (se lo sapete, scrivetemi).
Una risposta a un questionario non racconta tutto. Anche Jay riconosce che ovunque il lavoro di cura viene chiesto in modo diseguale, soprattutto a donne, persone disabili, persone razzializzate, mentre la sua invisibilità resta profondamente radicata nella cultura in cui viviamo. Misurarlo ha senso solo se si misura insieme alla capacità di una comunità di affrontare quella disuguaglianza. E per capire come funziona una rete bisogna anche sapere chi presta la cura, chi la riceve, quali forme assume e come viene distribuita.
Un consiglio di lettura che ho scoperto soltanto in questi giorni, la “Teoria della donna malata”, di Johanna Hedva:
Così, mentre me ne stavo distesa a letto, incapace di sfilare in corteo, di tenere in mano un cartello, di gridare uno slogan per farmi sentire, o di essere visibile in qualsiasi altra forma tradizionale come essere politico, ha preso forma la domanda centrale della Teoria della donna malata: come si fa a lanciare un mattone contro le vetrine di una banca se non puoi alzarti dal letto?
Quando ho presentato il libro a Empoli, il mio intervistatore Giacomo Di Girolamo mi ha ricordato che chiudo con una citazione di Michela Murgia che invita a farsi tempesta. Ma forse la tempesta non è l’immagine giusta, o almeno non ci basta. Una tempesta è fatta di tante gocce che, insieme, ingrossano i fiumi e i mari. Ma restiamo isolati, prima di cadere giù. Nell’intro della newsletter parlavo del grafo, la visualizzazione di una rete con i suoi archi e i suoi nodi. Una rete che esiste già mentre costruiamo qualcosa, non soltanto quando il risultato diventa visibile.
Il lavoro collettivo è anche questo. Una pratica che l’autoritarismo cerca di bloccare: perché le persone che si organizzano, che si sostengono, che imparano a fare affidamento le une sulle altre, costruiscono una possibilità diversa da quella in cui ciascuno deve cavarsela da solo e si mette contro l’altro.

La dataviz della settimana
Le ondate di calore? Pff, cose di inizio anni duemila. Diamo il benvenuto alle tempeste di calore. Visualizzate bene dalla Reuters (qui la versione interattiva).

Ti ricordo che se vuoi coinvolgermi in un evento puoi scrivere a contact-columbro@elastica.eu.
Per promuovere il prodotto della tua azienda, un evento o un corso in questi spazi scrivi a newsletter@tispiegoildato.it, rispondo io oppure Roberta.
A mercoledì!




