Ahh la Cina, che distopia la sorveglianza! O no?
Reportage di unǝ guest star che si è dovutǝ ricredere
In questo numero: Elena Canovi è lǝ nostrǝ inviatǝ a Pechino, in un viaggio che diventa il punto di partenza per interrogarsi su tecnologia, sorveglianza e su quanto il nostro sguardo europeo sia meno neutro - e meno protetto - di quanto crediamo.
Puoi riascoltare ma anche leggere la mia intervista con NewzGen, e leggermi in inglese su The European Correspondent, grazie a Claudia Torrisi. Se vivi fuori dall’Italia e vuoi invitarmi a una presentazione, quell’articolo ti può essere utile. ma anche questo, in cui racconto del mio lavoro di data humanizer.
A proposito: le email utili sono progetti@donatacolumbro e contact-columbro@elastica.eu.
Ma chiedi sempre il gettone di presenza! Sì. Purtroppo non è sostenibile, dopo l’investimento del tour promozionale, girare senza un gettone che mi permetta di non “perderci” se vengo a presentare il libro. Ogni volta che viaggio, per esempio, a occuparsi dei miei figli c’è la baby sitter, e questo è un costo. E poi, se sono in treno, anche se ci lavoro bene, non posso fare interviste o call: sono ore che vengono “perse” per dedicarmi ad altro (intervenire in conferenze o presentare il libro), e nel bilancio costi-benefici ne devo tenere conto.
Ma le signore non parlano di soldi! Ecco, Azzurra Rinaldi mi ha insegnato che non è così. E questo è il reality-check del lavoro culturale :)
Sul quotidiano Domani è uscito un mio pezzo abbastanza amareggiato sul nuovo report annuale sui femminicidi del ministero, un report che non lo era: ci sono tanti numeri inutili, non ci sono dati. Sono anche spariti i report trimestrali. Ci prendono in giro? Sembra. Ne leggete un estratto qui.
Per SkyTg24 invece ho intervistato Dario Battistessa, autore di una mappa sulle morti invisibili delle migranti venezuelane. Guardate che lavoro.
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Mercoledì mando la prima newsletter-lezione sulla dataviz, aperta a tutti per ora, così capisci di che si tratta. Ma approfitta dell’offerta!
Tour del 2026, eccomi!
21 gennaio, Torino: prima sono all’università (a Palazzo Nuovo) ospite di Francesco Striano nel ciclo Tecniche e Genere, alle 16, poi presento il libro alle 18:30, alla libreria Binaria con Giuseppe Cecere.
28 gennaio, Ravenna: tengo una lezione per il progetto Didattica InGenere di Udi, aperta alla cittadinanza.
29 gennaio, Roma: alle 18:30 presentazione del libro presso il Teatro Jolie Rouge, in via delle Begonie 31.
30 gennaio, Terni: presentazione del libro alla Casa delle Donne.
10 febbraio, Bergamo: presentazione del libro con Cristina Mostosi allo Spazio Manzù.
25 febbraio, online: “Dati presentati bene e femministi”, con le SlideQueen.
Sei tra le 14774 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata vi ho raccontato la storia di Ida B. Wells, la prima data journalist nera della storia:
«Questo libro è un messaggio dal futuro. Nel caso le cose andassero male. Perché non è più possibile separare ciò che sta succedendo a noi da ciò che sta succedendo alla Cina.»
Kai Strittmatter, Stato di sorveglianza (Luiss University Press 2022)
Ahh la Cina, che distopia
di Elena Canovi
Sono statǝ in Cina dal 23 al 29 giugno 2025.
Un viaggio di piacere per andare a trovare mio marito che era là per lavoro.
E delle sensazioni che ho provato durante il soggiorno pechinese, quelle che mi rimangono ancora forti a distanza di mesi sono lo sbigottimento per il livello tecnologico della vita quotidiana (riprendere la metro a Roma è stato come tornare indietro di un secolo: ma come? non posso scegliere se salire su una carrozza cool o una cold1?), la curiosità, che probabilmente non sarà mai soddisfatta, di leggere i caratteri cinesi, il piacere per la varietà e la qualità del cibo, lo straniamento per l’abbondanza quasi ostentata nei numerosi centri commerciali di almeno sette piani e due torri ognuno, la gioia per l’avere osservato e ascoltato persone per lo più anziane che per strada cantano arie d’opera a cappella o ballano o fanno sport insieme.
Ma anche il disagio per il livello pervasivo della sorveglianza, esercitata soprattutto tramite sistemi di riconoscimento facciale in tempo reale, che sono utilizzati pressoché ovunque: all’ingresso della metropolitana, nei musei, nelle piazze, per strada.
Partecipare a un tour di quattro ore per la visita di piazza Tienanmen e della Città Proibita, per esempio, vuol dire impiegarne una e mezza per i numerosi controlli di sicurezza, con la guida che ricorda che è vietato inginocchiarsi, pregare e fotografare i poliziotti. E, come ovunque nella parte di città che ho visto, ci sono pali con attaccati lampioni e telecamere per il riconoscimento facciale in tempo reale.
Sarebbe facile, e l’ho fatto anch’io in modo quasi automatico in viaggio e subito dopo il mio ritorno per sbarazzarmi del disagio, cedere al riflesso eurocentrico di pensare che là c’è la sorveglianza autoritaria mentre qua, in Europa, ci sono i diritti e il rispetto della privacy. A molte persone che mi chiedevano com’era andata rispondevo “tutto bene. vivono nel futuro, ma un futuro distopico dove io non voglio stare”.
Poi però mi sono fermatǝ un attimo e mi sono chiestǝ: ma questo disagio cosa mi sta dicendo davvero? Riguarda la mia esperienza in Cina o forse sta parlando di me? E cosa posso farmene?
Ragionandoci, ho dovuto ammettere a me stessǝ che il disagio in sé non mi dà né le conoscenze né il diritto di giudicare un intero paese enorme e complesso come la Cina, di cui ignoro la storia, la cultura e la lingua. Mi dice invece che io non voglio essere sottopostǝ a sorveglianza capillare, soprattutto, ma non solo, a quella che ho trovato più disturbante, cioè il riconoscimento facciale in tempo reale. Questa mia volontà, che a me sembra naturale, non è neutra, non viene dal nulla, ma da un’educazione e da una cultura, quella europea in cui vivo da sempre.
E poi mi sono postǝ una domanda ulteriore: è davvero così? In Italia, in Europa, la sorveglianza non viene esercitata al livello che ho sperimentato a Pechino e davvero non c’è e non ci sarà mai, per nessuno? Per rispondere a questa domanda in modo accurato servono competenze che io non ho, e perciò rimando al lavoro della persona che mi ospita oggi, Donata Columbro, e a quello della sociologa Diletta Huyskes e della giornalista Leila Belhadj Mohamed, entrambe board members dell’associazione Privacy Network. Però forse un pezzettino, che è anche un consiglio di lettura, posso provare ad aggiungerlo.
A settembre, in una puntata del suo podcast Scanner, Valerio Nicolosi ha parlato di un libro appena uscito per Bollati Borighieri: si intitola “La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini”, l’ha scritto il giornalista Fabio Chiusi. L’ho finito in questi giorni e ciò che emerge da questo documentatissimo saggio di inchiesta è che l’Europa sta lavorando da anni a progetti decisamente opachi con lo scopo di utilizzare modalità di sorveglianza molto invasive ai suoi confini per automatizzare le frontiere e tenere il più possibile fuori le persone migranti. È citato per esempio il progetto TRESSPASS, per ora non operativo, erede del progetto iBorderCtrl, basato, tra gli altri, sul riconoscimento emotivo in tempo reale da parte di “agenti-avatar di frontiera” che, scrive Chiusi, dovrebbero
interrogare ogni futuro viaggiatore da remoto, online, prima della partenza. In questo modo, gli agenti virtuali sarebbero in grado di dedurre se l’interrogato mente o dice il vero, a partire dall’analisi delle sue microespressioni facciali. Una teoria a cui manca a tutt’oggi una solida base scientifica, e che seduce i regimi intenti a realizzare apartheid digitali.
In altre parole, almeno per quanto riguarda la mobilità, si vuole affidare a macchine basate sull’IA la realizzazione e il mantenimento di un doppio standard tra chi è ritenuto desiderabile e chi no. Il tutto senza trasparenza verso la cittadinanza. Chiusi racconta infatti diversi episodi di richiesta di accesso agli atti che o non hanno ricevuto risposta oppure l’hanno avuta parziale con meno documenti di quelli richiesti e comunque pesantemente redatti.
Nell’esperienza del giornalista
Se vuoi indagare i nuovi muri virtuali immaginati – e gradualmente realizzati – dall’Unione Europea ai suoi confini, devi aspettarti lo scontro con un altro muro, invalicabile: quello della censura legale.
E quindi si profila
un grottesco divario tra i fini enunciati di un’innovazione responsabile e trasparente e l’opacità strutturale delle soluzioni tecnologiche realmente sviluppate all’interno dei progetti di ricerca e innovazione Horizon, finanziati dall’Unione Europea.
Ecco, forse il mio pensiero eurocentrico immediato al ritorno dalla Cina è stato quanto meno ingenuo.
A Pechino ci ho trascorso pochi giorni, per di più muovendomi in una porzione molto piccola della città, facendo il percorso più turistico possibile e pernottando nell’area di Wangfujing, piena di negozi e centri commerciali con decine di marchi occidentali, in un hotel che proponeva anche la colazione europea. In tutta onestà, non posso dire che quella vacanza mi abbia fatto conoscere profondamente Pechino né tanto meno la Cina, ma forse l’essermi espostǝ a differenze così grandi rispetto alla mia quotidianità mi ha permesso di capire qualcosa in più su di me in quanto persona europea e sull’urgenza, che dovrebbe essere anche collettiva, di capire meglio come si esplicita la sorveglianza nel nostro paese e continente.
Elena Canovi è fisicǝ di formazione, ha un PhD in Fisica Statistica, lavora come data architect. Dal 2021 scrive e conduce Shirley, il podcast dedicato ai "libri-cacciavite”, ama leggere e correre.La dataviz della settimana
La musica pop sta diventando più cupa, dice un’analisi di MusixMatch per l’Economist (paywall). La percentuale di canzoni di successo con testi che evocano l’angoscia è aumentata di 13 punti percentuali negli ultimi due decenni, a pari merito con il dolore per “cuore infranto”. Anche la “disperazione” ha iniziato ad aumentare notevolmente dopo il 2020.
Molto bene. Anzi, no.
A mercoledì prossimo!
Dal 31 maggio 2025, nella metropolitana di Pechino è possibile scegliere se salire su una carrozza cool (fresca), ovvero con un livello basso di aria condizionata, oppure cold (fredda), con una temperatura più bassa di 2°C.










Grazie per la condivisione, Elena, e per il modo in cui hai descritto il tuo ricrederti sulla questione: sarebbe meraviglioso se ogni viaggio lontano ci portasse a interrogarci prima di tutto, e criticamente, sui posti in cui viviamo e risediamo abitualmente.
Grazie Elena per la citazione e la stima!