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Rossella Singer's avatar

Scusa, dici che la statistica non è neutrale ma "politica". Se la metti su questo piano allora lo è pure la tassonomica dei fenomeni, come il femminicidio. Quindi se tutto è arbitrario la sociologia come disciplina semplicemente non esiste.

Donata Columbro's avatar

Sono andata a controllare la definizione di "arbitrario" perché a me sembra di aver detto l'esatto contrario: non lo decido io a colazione cos'è un femminicidio, quel termine ha una storia ben precisa, e le istituzioni prendono delle scelte consapevoli (di parte, politiche) nel decidere cosa includere nelle misurazioni. Negoziate, che cambiano a seconda della storia in cui siamo immersi. Credo sia proprio quello che fanno le scienze statistiche, l'econometria, la sociologia...

Rossella Singer's avatar

Guarda, stai facendo una confusione clamorosa (e pericolosa per la tua stessa causa) tra due concetti molto diversi: l'evoluzione storica di una metodologia e la parzialità politica.

Con questo articolo stai cercando di fare una cosa nobile, difendendo i dati sul femminicidio da chi li minimizza, ma per farlo, adotti uno strumento filosofico completamente fuorilugo (e penso anche ormai fuori moda), ovvero un post-strutturalismo semplificato, che afferma che ogni categorizzazione è "politica".

Questa tua tesi (perché di questo si tratta) crea un paradosso logico che la invalida completamente. Se tu per prima ammetti che la statistica è una "scienza politica, non neutrale" creata per "chi governa", stai letteralmente dando ragione ai negazionisti. Se la categoria è intrinsecamente un costrutto politico per portare avanti un'agenda, allora il commentatore della fazione opposta è legittimato a non crederci.

Se la realtà oggettiva non esiste e tutto è una narrazione piegata all'interesse del momento, vince chi urla più forte, non chi ha i dati; svuotando i dati della loro validità scientifica, disarmi proprio le donne che dici di sostenere.

Inoltre assolutizzare il concetto di "politica" significa confondere il framework culturale con l'agenda politica.

Quando si afferma che un fenomeno è "culturalmente orientato" significa che la sociologia è fatta da esseri umani in un dato tempo storico. È ovvio che per misurare quante donne lavoravano in Uganda servisse una lente in grado di "vedere" quel lavoro informale, ma il lavoro esisteva materialmente. La lente culturale si è solo affinata per descrivere la realtà in modo più accurato.

"Politico" significa invece che un'azione è finalizzata ad esercitare potere.

Dire che la statistica si "costruisce socialmente" è corretto (è la base della

sociologia!) ma aggiungere poi che "è una scienza politica" è invece un'aberrazione.

Le scienze sociali cercano di oggettivare la misurazione della realtà raffinando le categorie storicamente, non di creare narrazioni "di parte".

Prendi un commento legittimo (l'utente nel box rosa fa una domanda sensatissima: "Cos'è un femminicidio? Perché ogni fonte mette numeri diversi?") e invece di cogliere l'opportunità per spiegare pacatamente i metadati e la complessità, lo usi come strawman per accusare tutti di negazionismo, concludendo con una filippica auto-assolutoria dove si dice: sì, ce lo inventiamo, ma lo facciamo a fin di bene.

Il femminismo che considera i dati come uno strumento quasi esclusivamente "politico"mi sembra la versione per intellettuali del trend post-adolescenziale della "girl math" dove le donne giustificano la propria aderenza capitalista facendo i conti "a modo loro".

Donata Columbro's avatar

Ti ringrazio per questa replica perché in realtà sulla mia "tesi" ci lavoro da anni, ma sto ampliando la mia ricerca su come si affronta il tema dell'oggettività nel discorso pubblico. Non è la prima volta che parlo in questi termini di dati e classificazione dei fenomeni. I commenti che vedi screenshottati sono stati scelti proprio perché provengono da utenti che sono noti per il loro negazionismo, ormai li conosco uno per uno. Non accuso "tutti" di negazionismo :) Da anni spiego pacatamente i metadati, qui ho colto al volo l'incongruenza del chiedere una spiegazione sul termine per cogliere in fallo l'interlocutrice (io, in un post su Instagram), mentre invece è proprio lì che si innesta la complessità del contare. Su "la statistica come scienza politica" faccio un passo indietro perché intendevo "una scienza che si usa per prendere decisioni politiche", pensando al fatto che è una disciplina che si studia anche a Scienze Politiche. Mi sono espressa male, non volevo fare slogan. La girl math non c'entra proprio niente invece.

Michele Milillo's avatar

Non capisco questa polarizzazione. Dire che qualcosa è politico non implica un post-strutturalismo, una parzialità di vedute né tanto meno una "girl math" e tutto il resto.

A me sembra chiaro l'intento dell'articolo di partire da una domanda dichiarata legittima (cosa è il femminicidio? Ha senso contarli? Perché escono numeri diversi?) Per elaborarla in maniera divulgativa ma del tutto razionale e scientifica.

Le premesse in ogni scienza sono arbitrarie (anche in meccanica razionale la scelta del punto di riferimento per dire). Le scelte cambiano significativamente le analisi successive (se scegli il punto di riferimento sbagliato il problema non è risolvibile magari).

Quello che afferma l'articolo è che le scelte iniziali (es. Definizione di femminicidio) sono arbitrarie ma condizionano tutto ciò che è a valle. Ma ciò che è a valle è un fenomeno sociale che di rilevanza politica ne ha eccome!

Pergiunta la statistica stessa è nata contando persone e da sempre è stata un oggetto politico. Questo non vuol dire che non sia matematica e oggettiva, nessuno negherebbe che una volta fatte le scelte i femminicidi si contano in un gruppo numerico ordinato. Ma se le scelte cambiano l'analisi, il risultato e addirittura le considerazioni a posteriori forse è un poco miope non credere politiche le premesse (oltre che ripeto, l'oggetto dell'analisi che mi sembra di importanza politica rilevante).

Quindi capisco la preoccupazione a un eccessivo relativismo ma qui mi sembra sia tutto molto chiaro e scientifico e filosoficamente valido.

Rossella Singer's avatar

Guarda che il tuo esempio sulla meccanica razionale non contraddice quello che dico ma anzi lo rafforza, dimostrando esattamente l'errore di fondo di questo approccio.

Scegliere un sistema di riferimento in fisica è come dici un atto arbitrario e convenzionale (scelgo le coordinate cartesiane o polari in base a come mi è più comodo calcolare - faccio questo di mestiere), questa scelta però non è politica, né tantomeno "di parte". Il fisico non sceglie il punto di riferimento per avvantaggiare un'ideologia o vincere un'elezione, ma perché è semplicemente funzionale. Inoltre, le leggi della fisica restano invarianti a prescindere dal

sistema scelto.

Quando nei commenti l'autrice afferma che definire un femminicidio è una scelta esplicitamente "di parte e politica", sta dicendo una cosa sideralmente diversa: sta suggerendo che il recinto della misurazione venga tracciato in base a un'agenda (il "chi governa" citato nel testo). E questo con la scienza non ha nulla a che fare.

Siamo tutti d'accordo che il

femminicidio sia un fenomeno con una certa valenza politica e sociale e che l'intervento legislativo "a valle" sia di natura politica, ma tu confondi deliberatamente l'oggetto dell'indagine con lo strumento di misurazione! Se il "termometro" (la statistica) che usiamo per misurare la febbre (il fenomeno sociale) è progettato e tarato con intenti politici/di parte, quel termometro è semplicemente falsato, i dati che restituirà saranno tendenziosi, ovvero non aderenti alla realtà che intende misurare. La statistica serve per fornire un terreno di realtà neutro su cui poi fare politica, non il contrario.

Infine c'è una differenza abissale tra dire "la definizione dei criteri di rilevazione richiede una complessa negoziazione

metodologica e sociologica" (verissimo) e dire "la statistica è una scelta politica e di parte" (falso come giuda). Se usiamo la seconda accezione, il relativismo non è una "preoccupazione eccessiva", è la diretta conseguenza.

Ribadisco: nel momento in cui una femminista ammette candidamente che i dati che usa sono costruiti "ad arte", sta regalando alla controparte misogina l'argomento definitivo per liquidare tutto come un'esagerazione propagandistica. È un autogol comunicativo ed epistemologico di proporzioni titaniche.