Il femminicidio non esiste
Così come non esistono la disoccupazione, la dispersione scolastica, le ondate di calore...
Ieri ho passato il mio compleanno a scrivere bigliettini e preparare pacchi da spedire. Ho recuperato un lavoro cominciato due anni fa, che ho procrastinato fino a questa settimana. Alcuni di voi riceveranno quei pacchetti (e quindi ora avrete già capito di cosa si tratta) e spero mi perdonerete per il ritardo. Come mai ci hai messo così tanto? Ehh, tema per una newsletter intera, o di una seduta di psicoterapia. Vediamo quale farò per prima :)
In questo numero: ragioniamo su come si misurano i fenomeni sociali, e non solo. A partire dal femminicidio.
Dove mi trovi prossimamente
8 maggio, Pesaro: al festival Percorsi, una formazione per giornalisti e un “drink talk” per una cittadinanza digitale più critica e femminista.
23 maggio, Scalea (CS): alle 18 presento il libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico” presso l’associazione Eclectica, a Villa Giordanelli.
25 maggio, Genova: alle 11 nell’ambito del programma “Come stiamo cambiando con l’IA”, partecipo a un appuntamento promosso da Fondo per la Repubblica Digitale e da Acri.
26 maggio, Roma: con gioia presento il libro di Chiara Alessi “La sedia del sadico” (Laterza) al museo MAXXI.
Cosa ho scritto (o cosa ho detto)
Puoi recuperare la puntata di Eta Beta, Radio1, dove parlo di serendipità, errori e glitch nell’intelligenza artificiale, insieme a Massimo Cerofolini.
Per SkyTg24 ho cercato di capire a che punto siamo con la regolamentazione della violenza digitale in Italia. Il pezzo è qui, ma ne parlerò ancora in maniera più approfondita.
Su Vanity Fair è uscita una mia intervista su Perché contare i femminicidi è un atto politico, grazie ad Alessia Arcolaci.
Sei tra le 14854 persone che leggono la newsletter. Nell’ultima puntata abbiamo contemplato un’opera di Giorgia Lupi:
Prima di tutto dovevamo stabilire quanti bambini avessero subito un intervento cardiochirurgico, e quanti fossero morti. Sembrerà facile ma contare gli eventi può essere arduo. Che cos’è un «bambino»? Come si qualifica un «intervento cardiochirurgico»? Quand’è che gli si può attribuire il decesso? E anche una volta chiarite queste definizioni, c’era modo di contare gli eventi in questione?
David Spiegelhalter, L’arte della statistica (Einaudi 2020)
Il femminicidio non esiste
Così come non esiste la disoccupazione. Non esistono la carestia, la dispersione scolastica, la siccità, il pil.
Non esistono nemmeno le ondate di calore: percepiamo il caldo, guardiamo la temperatura segnata dal termometro (di solito su un’app digitale), ma come facciamo a dire che stiamo vivendo una “ondata di calore”? Qualcuno deve decidere come misurarla: anche qui, non si segue un unico standard universale, perché la definizione precisa dipende dall'impatto specifico (ecologico o sanitario) che si vuole monitorare. Con il metodo classico si definisce un’ondata di calore come almeno tre giorni sopra una soglia fissa, altri modelli più avanzati invece la identificano come un periodo in cui è alta la probabilità di trovarsi in un regime di caldo estremo (l’ho imparato dal ricercatore Vincenzo Gioia, che ha fatto un bellissimo talk prima di me a Genova qualche mese fa).
Anche i fenomeni fisici quindi richiedono una definizione negoziata, condivisa, continuamente rivista.
La statistica è una scienza politica, non neutrale, è un modo per misurare fenomeni di interesse pubblico, utile a chi amministra, a chi governa e all’opinione pubblica. L’Istat ha una sezione intera del suo sito (WOW) dove spiega le classificazioni che utilizza.
Domanda lecita, a cui abbiamo dato una spiegazione centinaia di volte.
Ma torniamoc su: “Cos’è un femminicidio? Perché ogni fonte mette numeri diversi?”
Dipende dalla definizione e dalla metodologia adottata, dagli obiettivi di quella misurazione. Per scoprire cosa è incluso e cosa è escluso dai dati bisogna imparare a leggere i metadati, le istruzioni che spiegano come usare i report e i dataset pubblici.
Quando i commentatori del web scrivono che il “femminicidio non esiste”, però, non vogliono partecipare al dibattito su come la statistica ci permetta di trasformare una definizione concettuale (come quella di femminicidio) in qualcosa di operativo, con tutti i limiti che una standardizzazione della realtà che questo comporta. Il loro obiettivo è il negazionismo, sostenere che il problema non esiste, che i numeri sono gonfiati, che le femministe manipolano i dati.
Vorrei rendere utili questi sproloqui: usiamoli come punto di partenza per ricordarci che le categorie statistiche sono costruite socialmente e culturalmente.
Contare richiede classificare
Nel suo libro “Dare i numeri” l’economista Tim Harford racconta che in Uganda a fine anni Novanta la forza lavoro attiva aumentò di colpo, di oltre il 10%: da 6,5 a 7,2 milioni di persone, quasi tutte donne. Cosa era successo? Un cambiamento nel questionario: quello vecchio chiedeva qual era il lavoro principale, e le donne che gestivano un chiosco al mercato part-time o lavoravano qualche ora nella fattoria di famiglia rispondevano "casalinga". Quello nuovo chiedeva anche delle attività secondarie, e improvvisamente quelle ore diventavano misurabili. In questo caso, il problema non era che le donne fossero invisibili, era che le domande erano state costruite su un mondo in cui il lavoro era quello degli uomini. Uso questo esempio per ribadire che la statistica si evolve con la società e con il nostro sguardo: il pil britannico del 2014 ha incluso per la prima volta i proventi della prostituzione e del traffico di droghe illegali, sfruttando come fonte, tra le altre, una piattaforma online che recensisce servizi a pagamento. Sempre tornando al lavoro, David Spiegelhalter ne “L’arte della statistica” racconta che la definizione ufficiale di “disoccupazione” in Gran Bretagna è cambiata almeno trentuno volte tra il 1979 e il 1996. E, ancora, prima degli anni Trenta e della Grande depressione non esisteva negli Stati Uniti nessuna misurazione standardizzata della disoccupazione: si raccoglievano dati solo su alcuni tipi di impiego, nelle città maggiori, e solo dopo la Seconda Guerra Mondiale si riuscì ad avere un quadro chiaro.
Quindi il pil o la disoccupazione sono concetti “privi di senso”, come “femminicidio”?
No, la storia della statistica ci ricorda ancora una volta che le misurazioni rispondono a bisogni sociali, politici e storici. Si inizia a contare quando c’è un picco che supera la soglia del rumore, quando un fenomeno diventa abbastanza urgente da richiedere monitoraggio.
Perché contare i femminicidi
Il termine è emerso dal lavoro femminista di Diana Russell e Jill Radford negli anni Settanta e Ottanta (e Novanta, con Femicide: The Politics of Woman Killing), ed è stato poi elaborato in America Latina, dove le attiviste hanno introdotto il concetto di femminicidio per catturare non solo il reato individuale, ma la complicità dello stato, la sua omissione, la sua negligenza. La definizione si è spostata nel tempo, varia tra paesi, include elementi diversi a seconda del contesto e delle possibilità di misurazione. Lo racconto nel mio ultimo libro, e prima di me lo hanno fatto molte altre persone1. In Messico, dove il confine con gli Stati Uniti è diventato il luogo di sparizione sistematica di donne appartenenti a una specifica classe sociale, studiose come Marcela Lagarde e Rita Laura Segato hanno lavorato su una definizione che non avrebbe senso applicare in Europa, dove il pattern è diverso.
L’ONU, quando pubblica i suoi report annuali comparativi, usa la definizione più restrittiva disponibile, quella di omicidio domestico o intimo, che permette di confrontare i paesi con dati sufficientemente omogenei. Non include, per esempio, gli omicidi di sex worker o le uccisioni di donne che avvengono in contesti di violenza sessuale di guerra: non perché queste morti non siano femminicidi secondo lo stesso framework prodotto dall’UNODC, ma perché includerle renderebbe le comparazioni meno affidabili. È una scelta metodologica dichiarata, mica una manipolazione.
Il ministero dell’interno italiano (che continua a ritardare la pubblicazione dei dati sugli omicidi volontari, tra l’altro) non usa il termine femminicidio. È anche questa una scelta, quella di non assumersi la responsabilità di dare un nome politico al fenomeno. La Spagna invece è uno degli esempi più avanzati: dopo decenni di definizioni parziali, con la prima legge del 2004 che escludeva le violenze fuori dalla coppia, le donne trans e le sex worker, nel 2022 una riforma ha allargato il perimetro e introdotto nelle statistiche ufficiali il termine "femminicidio", suddiviso in cinque categorie: quello commesso dal partner o ex partner, quello familiare, quello sociale (conoscenti o sconosciuti mossi da odio di genere), quello sessuale, e il femminicidio vicario, cioè l'uccisione di figli e figlie per colpire psicologicamente la madre. Il ministero delle pari opportunità pubblica i dati aggiornati con mappe, grafici e schede dei singoli casi, incluse informazioni sull'età della vittima e dell'aggressore, le denunce precedenti, il tipo di relazione.
Quindi sì, il femminicidio non esiste, perché è una categoria socialmente costruita, che serve a rispondere al bisogno di misurare la violenza contro le donne che avviene per odio misogino, statisticamente più rilevante della violenza che colpisce gli uomini, perché legata all’odio di genere2. Prendiamo la definizione più ristretta, così i commentatori smettono di agitarsi per i dati gonfiati: secondo i dati Istat, nel 2024 il tasso delle donne uccise da un partner o un ex partner è pari allo 0,21 per 100mila donne, per gli uomini lo stesso tasso è pari a 0,03 per 100mila uomini. In percentuale? Il 53% delle donne è stata uccisa da partner o ex partner, per gli uomini la stessa categoria non supera mai il 5–6% e nel 2024 si ferma al 4,7%.
La dataviz della settimana
Un progetto per cui prendersi almeno 10 minuti: The Pudding esplora il cambiamento delle taglie nei vestiti delle donne, fin da quando sono bambine. Le taglie “junior” accompagnano la crescita delle ragazze: a 11 anni la taglia mediana è una M, ma con grande variabilità. Intorno ai 15 anni, dopo pubertà e crescita, molte passano alle taglie da donna, dalla XS alla XL a seconda del corpo. Paradossalmente è il momento in cui trovano più facilmente vestiti adatti, cosa che poi diventerà più difficile da adulte.
Il sistema delle taglie è infatti incoerente e non standardizzato: ogni marca usa misure diverse, creando confusione e frustrazione.
Grazie di aver letto fino a qui, ci sentiamo mercoledì prossimo!
Per una bibliografia minima, oltre al mio libro dove trovate tantissime fonti, consiglio Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia globale al riconoscimento giuridico internazionale (FrancoAngeli 2008), Rita Laura Segato, La guerra contro le donne (Tamu edizioni 2016) e Anna Costanza Baldry, Orfani speciali. Conseguenze psicosociali su figlie e figli del femminicidio (FrancoAngeli 2018).
Come si valuta l’odio di genere negli omicidi volontari? L’UNODC ha creato un framework per provare a standardizzare questa osservazione. Scegliere se aderire o meno a questa classificazione è, ancora una volta, una scelta politica.







