Storia di un dataset sui femminicidi che è arrivato tra le mie mani
Prima parte (con tw dettagli di violenza)
Questa newsletter comincia oggi e finisce domani in quella di Paola Masuzzo. Che è la vicepresidente dell’associazione onData, ma anche la persona che chiamo “mia moglie” (pur avendo entrambe un marito), è una scienziata dei dati, e su questo dataset di cui vi parlerò ci ha passato molte ore.
Quindi le “mani” oggi sono le mie, domani saranno le sue.
È una storia che comincia nel marzo 2025, mentre scrivevo il mio ultimo libro, ma non si è fermata lì, ed è per questo che vale la pena tornarci su. Ho pensato che meritasse un racconto a parte mentre Paola mi confessava di sentirsi costretta a prendere delle pause mentre svolgeva un lavoro che potrebbe sembrare freddo e automatico, ma che, ancora una volta, non può esserlo, se prendiamo in considerazione che dietro ogni data point c’è il dettaglio di una storia, di violenza in questo caso, e di una persona in carne e ossa. Di corpi. Quelli che vengono “contati” e quelli che “contano” (e classificano, e riorganizzano, e rendono i dati leggibili agli altri).
Per SkyTG24 parlo del rendiconto di genere Inps insieme ad Azzurra Rinaldi e devo dire che come titolo sarebbe stata perfetta la frase del giornalista che ha intervistato le Bambole di Pezza a Sanremo: "Dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna!". Ebbene sì, ma sta a casa oppure ha contratti atipici. Anche quest'anno il report di Inps ci racconta, in quasi 100 pagine di dati e analisi, che sì, il patriarcato esiste, e no, la parità non è stata raggiunta. Anzi, il divario è strutturale: in Italia quasi una donna su due è inattiva, le assunzioni a tempo indeterminato femminili sono appena il 36,7% del totale, e il gender pay gap supera i 25 punti percentuali. Senza dimenticare che l'occupazione femminile è del 53%, mentre in Europa del 70%.
Dove mi trovi prossimamente
5 marzo, Cento: presentazione del libro, alle 20:30, presso il Palazzo del Governatore in piazza Guercino.
6 marzo su Rai Radio 3, alle 17:30, potete ascoltarmi durante la trasmissione Il Tuffo, con una bella intervista a cura di Giulia Laura Ferrari, autrice del programma insieme a Sara Sanzi.
7 marzo, Rovereto: evento per la comunità Speck & Tech, aperto a tutti ma con prenotazione.
10 marzo, Palermo: alle 18 presentazione del libro al Circolo Stato Brado - Piazzetta di Resutrano, 4.
12 marzo, Roma: presentazione del libro sociale e culturale Casotto Monte Ciocci alle 18.
14 marzo, Torino: intervento al Non Profit Women Camp.
LAVORIAMO INSIEME?
Puoi portarmi in azienda per un evento, contattarmi per una consulenza su come raccontare meglio i tuoi dati o promuovere il tuo lavoro su questa newsletter con un’inserzione.
Scrivi a progetti@donatacolumbro.it per i dettagli.
Sei tra le 14808 persone che leggono la newsletter. Dopo l’ultima puntata forse guarderai i fiori del tarassaco in modo diverso e penserai alla data viz su cui abbiamo fatto l’esercizio di contemplazione. A me è successo.
Scrivo per sostenere la visuale che proviene da un corpo, un corpo sempre complesso, contraddittorio e strutturato.
Donna Haraway, Situated knowledges (1988)
Storia di un dataset sui femminicidi che è arrivato tra le mie mani
Il foglio pesa 22,1 megabyte, mi arriva via email il 18 marzo 2025, mentre scrivo il libro sui femminicidi, dieci giorni dopo l’annuncio della presidente del consiglio Giorgia Meloni sul disegno di legge che avrebbe portato il femminicidio all’interno del nostro codice penale.
I dati nel sito del ministero dell’interno non ci sono più, avrebbero dovuto essere pubblicati con cadenza mensile, ma facciamo continui aggiornamenti - refresh refresh refresh - e non compaiono.
In quel momento, incontrare Sabino Metta, grazie a un libro su cui mi stavo documentando, mi porta a scrivere un messaggio ad Andrea Borruso, presidente dell’associazione onData, che dice solo
“le belle persone esistono”.
Come racconto nel libro, Sabino Metta è un data scientist e informatico, ex dipendente di Rai CRITS, cioè la divisione della Rai che a Torino si occupa di ricerca e sviluppo tecnologico.
Dentro questo dataset che arriva nel mio computer ci sono dettagli che diventano storie, e che poi tornano a essere dati.
La “descrizione” breve che vedete in questa immagine è un estratto dall’articolo di giornale in cui è stata recuperata la notizia, e come si nota sono incluse anche vite di persone che dentro le statistiche ufficiali scompaiono, quelle delle sex worker.
Quando apro quelle righe e ci leggo le stesse vite delle donne uccise, raccontate da Anna Bardazzi nel suo podcast Ricorda il mio nome, o riportate nei report annuali sui femicidi della Casa delle donne di Bologna penso che dovremo cambiare radicalmente il modo in cui parliamo di femminicidi, ma anche il modo in cui li contiamo.
Dovremmo smettere di contare, cioè di quantificare, e tornare alle storie singole? Disaggregare ogni dettaglio, per capire davvero?
Anche questo mi chiedo mentre esploro riga per riga gli oltre 800 eventi di omicidi di donne registrati tra il 2012 e il 2017 in Italia.
Nel libro, spiego che il foglio di Sabino è fatto così:
Ogni riga rappresenta un evento distinto, identificato da un codice univoco e collocato nel tempo attraverso l’anno di riferimento. Il luogo è descritto sia a livello geografico macro (come Nord-ovest o Sud), sia regionale, con un codice e un nome regione, e infine con un codice anonimo per la provincia. Le circostanze dell’aggressione sono definite da una categoria generale, dal tipo di luogo in cui è avvenuta e dall’arma usata, se presente.
Il movente è indicato in forma anonima, con descrizioni che alludono a dinamiche relazionali (del possesso, liti/dissapori, stupro, ecc.).
Le vittime sono descritte in termini di genere e fascia d’età, nazionalità e, quando disponibile, occupazione. È anche indicato se avevano figli. L’aggressore è descritto in modo analogo: età approssimativa, nazionalità, occupazione, e in alcuni casi viene segnalata la presenza di problematiche psichiche. Sono presenti anche due variabili che indicano se l’aggressore ha tentato o commesso suicidio in seguito all’evento.
La relazione tra vittima e aggressore è una delle informazioni centrali del dataset e può variare da partner o ex partner a legami familiari, lavorativi o assenza di relazione (sconosciuto).Com’è stato costruito? Dal 2012, per cinque anni, un team interno alla Rai ha monitorato tutti i casi di femminicidio registrati dalla stampa, per uso interno. Un piccolo passo per migliorare il giornalismo data driven della principale azienda pubblica giornalistica italiana. “Solo che poi non se ne è più fatto nulla” dice Metta, confermando che dopo il 2018 questa raccolta dati si è interrotta. Lui se ne è andato, anche le persone più interessate al data journalism hanno cambiato azienda e questo lavoro immenso è rimasto nel computer dell’informatico. Fino a oggi. Una serie storica interrotta può essere “di poco valore” dal punto di vista scientifico, ma come abbiamo visto le storie che emergono dal lavoro di più associazioni, movimenti e singole attiviste e giornaliste sono molto simili.
Come sapete non abbiamo dati simili a livello istituzionale.
Solo chi produce contro-archivi ha questa cura, anche se le motivazioni, almeno per Rai CRITS, erano più giornalistiche che femministe. Ma la cura con cui sono state trattate queste notizie, queste storie, rimane.
Penso spesso al femminicidio di Pamela Genini. Il suo caso avrebbe dovuto rivoluzionare il modo in cui gestiamo la “filiera”, il processo di fuoriuscita dalla violenza di genere in Italia. O quanto meno portare a delle indagini circostanziate su “cosa è andato storto” nei ripetuti incontri di Pamela con le istituzioni, tra strutture ospedaliere e forze dell’ordine. Come le domestic homicide reviews che si fanno in Gran Bretagna, analisi dei casi di omicidi domestici che non hanno uno scopo giudiziario, ma sociale e trasformativo.
È ogni storia ci deve interrogare, non il numero “finale” di una statistica, che rimane spesso sottostimato, perché a “contare” sono solo i corpi delle donne bianche, senza diagnosi psichiatriche, quelli su cui si esegue subito l’autopsia o si avviano le ricerche quando scompaiono.
Come ha scritto Loredana Lipperini siamo assuefatti alle notizie, l’intento dei negazionisti è stato raggiunto: abbiamo normalizzato la possibilità che la reazione a un no, o l’idea di vendicarsi di qualcuno possa avvenire tramite violenza.
Ma torniamo al recupero di questo dataset.
Ci interessa ancora vederlo nel suo insieme, considerare i dati, togliere i nomi e valutare i pattern?
Ci abbiamo pensato con Associazione onData e dalle mie mani questo dataset è passato in quelle di Andrea Borruso e di Paola Chiara Masuzzo. E anche questo racconto, quindi, passa a lei.
Domani la seconda parte, nella sua newsletter.
La dataviz della settimana
Ho cominciato a seguire il lavoro di Human Progress perché c’è bisogno di qualche notizia che ci confermi che stiamo andando avanti, e non indietro, su molti fronti (non tutti, ovviamente). Anzi, secondo me sottovalutiamo i dati che mostrano l’impatto del nostro attivismo, anche sui femminicidi e la violenza di genere.
Se ti abboni entro marzo puoi avere tutto l’archivio e i contenuti in più, a meno di 4 euro al mese (esattamente 3,40€ se passi dal bottone qui sotto).
A mercoledì prossimo!










