No, l'indagine sulla violenza contro le donne dell'Istat non contiene interviste falsificate
Rassegna #4 - 2026
La rassegna di questo mese comincia da un’inchiesta della bravissima collega Natascia Grbic su Fanpage. Il titolo della newsletter ovviamente non è una risposta a lei, ma alle persone che hanno commentato il post su Instagram attraverso cui è stata diffusa la notizia: decine di maschi quasi “trionfanti”, a dire “noi lo sapevamo che non poteva essere vero che quasi 1 donna su 3 avesse subito violenza almeno una volta nel corso della vita e 1 su 9 negli ultimi cinque anni”.
E invece.
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(con un commento più lungo del solito, ma ce n’è bisogno, come anticipavo)
“La rilevazione Istat sulla violenza di genere è un caso: interviste falsificate, risposte inventate”.
Questo è il titolo del pezzo dell’inchiesta di Natascia Grbic su Fanpage, ma la “falsificazione” si riferisce a una parte di indagine che non è stata ancora pubblicata: sì, perché nel novembre 2025 l’Istat ha deciso di rendere noti almeno i risultati preliminari, che riguardano le donne italiane, per colmare un gap di 11 anni dall’ultima rilevazione. Le interviste che sarebbero state falsificate riguardano la seconda parte, quella sulle donne straniere, controllate dai ricercatori e dalle ricercatrici Istat e appunto non ancora inserite in nessun tipo di report o documento ufficiale, perché non ritenute valide. La vera notizia dentro il pezzo di Grbic è la considerazione che per questa indagine le rilevatrici venivano pagate 28 euro a intervista completata, senza rimborso per i tentativi andati a vuoto e con le spese di viaggio quasi interamente a loro carico. Molte hanno rinunciato, altre per poter essere comunque pagate avrebbero inventato i contenuti delle interviste. E non è la prima volta che emerge la questione dei contratti precari dei rilevatori Istat: già lo scorso anno l’associazione Senza Filtro aveva intervistato dei rilevatori che si erano occupati di due indagini sociali importanti, quella sulla forza lavoro (che fotografa i livelli di occupazione) e quella sulle spese delle famiglie (da cui si misura anche il tasso di povertà):
“Veniamo pagati a intervista, quindi più interviste facciamo e più guadagniamo. Nei momenti in cui abbiamo delle difficoltà, ad esempio perché ci ammaliamo, il nostro pacchetto di interviste viene spalmato ad altri colleghi, e noi rimaniamo senza guadagno e senza malattia, con un conseguente calo della qualità del prodotto finale”, aveva dichiarato un testimone, in un pezzo dove si spiega molto bene il sistema di appalti e di ribasso.
Bisogna ricordarsi che contare, misurare, COSTA MOLTO. Costa sempre di più, anzi. Come cittadini e cittadine dovremmo chiedere che le risorse stanziate siano sufficienti a garantire sia lo svolgimento di un buon lavoro, sia i diritti di lavoratori e lavoratrici coinvolti nelle indagini. Servono investimenti pubblici ed è uno dei motivi per cui l’indagine sulla sicurezza delle donne, la parte pubblicata a novembre (già validata) è arrivata 11 anni dopo la prima. Con dati, purtroppo, assolutamente reali. [FANPAGE]
30mila persone scomparse, 800 centri di detenzione clandestini, almeno 1.200 condanne: un pezzo mette in fila i numeri della dittatura argentina, iniziata cinquant’anni fa. (EL PAÍS)
Qui con le scommesse ci stiamo perdendo la testa: il servizio meteorologico francese ha presentato una denuncia alla polizia dopo aver rilevato anomalie nei sensori di temperatura dell'aeroporto di Parigi-Charles de Gaulle, che coincidevano con un'impennata di scommesse tempestive sulla piattaforma di prediction market Polymarket. (FINANCIAL TIMES)
Leila Belhadj Mohamed su Wired Italia racconta che per oltre un anno l'aeroporto di Milano Linate ha usato il riconoscimento facciale al posto dei documenti tradizionali: con il sistema FaceBoarding di SEA, il volto del passeggero veniva trasformato in template biometrico (!!!)
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